10 dicembre 2018

Storie sotto sgombero

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Il CSA ex Emerson dopo 16 anni di vita sarà sgomberato. Il 13 novembre prossimo. E così Firenze perde un altro suo storico centro sociale. L’amministrazione fiorentina porta avanti con successo quello che a Bologna Cofferati ha appena cominciato. La voglia di ordine progressista della sinistra di governo lascia sul campo un’altra vittima.
Al suo posto sorgeranno 135 case popolari, dicono. Qualcuno però al Centro Sociale Autogestito ex Emerson ci vive già, da circa dieci anni. Al numero 20 di via di Quarto abita Anita con la figlia Elena. Anita ha 64 anni e viene dalla Sicilia.
“Mio marito mi picchiava, non ce la facevo più. Così una volta, che manca poco mi ammazza di botte, ho trovato il coraggio e mi sono ribellata. Sono scappata di casa”.
In Sicilia non aveva una vita facile, Anita. “Mio figlio crescendo mi ha detto che voleva essere una donna. Vengo da un paesino di 2500 abitanti, ti puoi immaginare. Visite dai dottori per vedere se era malato. Incomprensione e vergogna. Poi mio figlio, l’altro, quello ‘sano’ è andato in vacanza, ha preso ‘la malattia’ e a 24 anni è morto. Prima sono scappata in Francia, da mio fratello, per un pò sono stata là. Poi sono venuta a Firenze, ho trovato della gente che mi ha dato una mano. Lorenzo (Bargellini, del Movimento di Lotta per la casa, n.d.r.) ci ha aiutate a stare qui. In casa ho fatto anche dei lavori, abbiamo speso dei soldi. Faccio le pulizie ed alcuni lavoretti, ma un affitto non lo possiamo pagare. Anche Elena non lavora.”
Mentre Anita mi racconta, giriamo per le stanze pulite e in ordine: “Trovare lavoro oggi è difficile per tutti, figuriamoci per un transessuale. C’è molta discriminazione! Io lavoravo in una stireria, ero una socia lavoratrice. Ad un certo punto mi hanno detto che non c’erano più soldi, e che per continuare a lavorare avremmo dovuto autoridurci lo stipendio. Dovevamo versare 3000 euro a testa in rate mensili detratte dallo stipendio.”
In questo edificio vivete solo voi?, chiedo ad Elena.
“Al numero 18 abita una famiglia marocchina: babbo, mamma e due figlie di circa 10 anni. Fanno i mercati. Guarda se c’è il furgone, se lo vedi ci sono anche loro.”
Mi affaccio, niente furgone.
“Probabilmente sono andati a portare le bambine in palestra… fanno ginnastica ritmica!”
Lascio Anita ed Elena per andare in un’altra casa occupata, Villa Emma. Siamo sul viale Volta, nella zona delle Cure.
Qui vive dall’anno scorso la comunità di rifugiati somali di Firenze. Stanno tutti insieme. Sono circa ottanta persone in una villetta di tre piani. Nelle camere c’è posto solo per i materassi ed un attaccapanni sopra il letto.
Dal loro punto di vista, le cose vanno molto meglio rispetto allo scorso anno. Molti hanno imparato l’italiano e lavorano, quasi tutti in agricoltura.
Dalhiis, per esempio, che l’anno scorso non spiccicava parola, mi saluta caloroso appena mi vede “Roberto!“ Adesso che possiamo comunicare mi racconta un sacco di cose.
“Lavoro a San Casciano val di Pesa, adesso faccio la vendemmia, ma quando è finita ci sarà qualcos’altro! “
E con che ci vai a San Casciano? “Motorino, cinquanta! Rimani a mangiare? Siamo in Ramadan, ma tra poco è buio e possiamo mangiare!”
Ed in effetti è tutto pronto: ci sono spaghetti con carne, patate e piselli, datteri, cappuccino allo zenzero e succo di mela.
Si mangia con le mani seduti su delle coperte.
Anche i somali sono sotto sgombero. Perennemente. Da quando sono a Firenze sono stati sgomberati già tre volte.
Quasi tutti sono arrivati nel 2003 in Italia. E dopo qualche anno in Europa, dove l’accoglienza per i rifugiati esiste, sono stati risbattuti in Italia.
Secondo quanto prevede la Convenzione di Dublino è il paese in cui sono sbarcati a dover fornire asilo politico. Quasi tutti hanno il permesso di soggiorno per scopi umanitari, ma in Italia non esiste una legge organica sul diritto di asilo e i profughi si trovano in una condizione ambigua, quando non vengono addirittura trattati come clandestini “qualsiasi”. In barba alle solenni dichiarazioni dei diritti e alle convenzioni internazionali firmate in pompa magna ai vari G8 e G5, ai rifugiati non resta che occupare e sperare.

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