23 settembre 2018

Storie di speranza e periferia. Domenica 5 debutto del libro-evento di Edizioni Piagge

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disegno di Laura Izzi
un disco e uno spettacolo teatrale: così in “E la periferia ci venne incontro” Massimo Caponnetto dà voce a cinque vicende personali degli abitanti del quartiere

Fulvio Paloscia da Repubblica Firenze

A Nonna Gina la periferia è andata incontro come l’acqua dell’Arno che, nel novembre del 1966, le fece passare davanti agli occhi le carcasse degli animali allevati nella campagna intorno a Brozzi, dove viveva. Non ha ancora capito se “Le navi”, i giganteschi palazzi delle Piagge che misero l’ancora in quel mare di nulla negli anni Ottanta, per lei sono state la salvezza da un naufragio. Sa solo che oggi, nei pianerottoli kubrickiani di quei casermoni, cerca di ricostruire l’atmosfera di paese della Brozzi degli anni Cinquanta, quando ancora le donne si radunavano davanti alla porta di casa per lavorare alla maglia o all’uncinetto, raccontando gli affari di tutti. Per altri, invece, la periferia delle Piagge è stata un miracolo: in quell’estrema periferia dove ancora tanti fiorentini non sono mai arrivati, hanno trovato la risposta che sono andati cercando per anni e anni, con disperazione, in direzione ostinata e contraria. Gente alla deriva dell’alcool e delle droghe. Immigrati da paesi che sognavano l’Italia e, una volta arrivati qui, sono precipitati nell’incubo.
Il titolo del nuovo libro di Massimo Caponnetto, “E la periferia ci venne incontro” ha due sensi: la salvezza e lo spaesamento, il riscatto e la cesura drammatica con il passato, bello o brutto che sia. Figlio del magistrato Antonino Caponnetto, nella sua instancabile attività di ricostruzione e memoria storica del quartiere fiorentino – ruolo che gli è stato cucito addosso da don Alessandro Santoro – Massimo sembra aver raccolto e fatto sua la grande testimonianza civile del padre, sublimandola nell’ascolto di vite di strada. “Più che il luogo, ho voluto raccontare come quel luogo ha fatto ingresso nella vita di cinque persone, cambiandole. L’esperienza non si è fermata alla raccolta delle testimonianze, ma è sfociata in un contatto forte, profondo: quelle persone mi hanno svelato cose che non avevano mai detto a nessuno”.
Ed è anche per questo che al libro, pubblicato dalle Edizioni Piagge, è allegato un cd con sei canzoni tratte dai racconti: “La scrittura ha dei limiti. Qualcosa di indefinibile, tra l’emozione del momento e la riflessione su ciò che ti è stato raccontato, rimane fuori e necessita di un altro livello comunicativo. Le canzoni, scritte da me, da mio figlio Lorenzo, insieme a Chiara Riondino e a Silvia Vavolo, cercano di dare corpo a tutto ciò che nel racconto non è venuto fuori”.

Ora, c’è anche uno spettacolo teatrale tra racconto, musica e documenti, a partire dal libro: in scena, Caponnetto, la Riondino, alcuni dei musicisti che hanno contribuito al cd come Ettore Bonafè.

Debutto il 5 febbraio, al Centro sociale il Pozzo, alle 17.

Parole e musica per un riscatto. Nonna Gina lo sta aspettando. Attende che le Navi di cemento diventino paese, ma “a far paese ci vogliono delle generazioni, per ora siamo un gruppo di case, dove funziona poco anche solo il buongiorno e buonasera”. Lei ha conosciuto la Brozzi di Osvaldo, un omino che ispirò Raimondo Vianello, quella di Rigoletto che un giorno prese a ombrellate il figlio perché hippy. Oggi, sente il peso di “come è cambiato il concetto dello stare insieme. Sei fai parte di un paese – spiega Caponnetto – ci sono dei riferimenti. Chi sfugge a quei punti fermi, fa paura. Nonna Gina racconta che quando a Brozzi arrivarono i meridionali, tutti temevano che avrebbero usato i coltelli. Finché qualcuno si decise ad avvicinare i nuovi ospiti porgendo loro un’arancia. La terapia del sorriso funzionò da integrazione, in quel tempo di civiltà del buon carattere: questi, invece, sono gli anni del culto della personalità”.

Eppure Suzan Jahic era certa che quell’integrazione sarebbe tornata con i nuovi immigrati. Scomparsa da poco, rom costretta a trasferirsi dall’Olmatello alle Piagge per la malattia di uno dei figli, “ha vissuto il trasferimento alle Navi come uno sradicamento. La paura di uscire di casa, la sensazione di sentirsi accerchiati. Poi, un altro figlio, Ergin, ha sposato un’italiana ed è così che Suzan, diventata mediatrice culturale, ha costruito le fondamenta di un futuro in cui rom e fiorentini si capiranno”.

La storia di Cimo, l’immigrato albanese che ha sbattuto, ferendosi, contro la modernità sognata in Albania, ma che oggi sta imparando un lavoro in un ufficio. Antonietta, di Caserta, che ha trovato il riscatto dalla vergogna dell’analfabetismo. E Tiziana, che è uscita dall’alcoolismo, dalla tossicodipendenza “e dalla convinzione che non avrebbe mai avuto un rapporto normale con le persone: oggi, invece, tutti le chiedono consigli”.

Nei racconti, Caponnetto dà loro carne, sangue e speranza. Però ci avverte: “C’è tanta gente che ha bisogno d’aiuto. E’ una questione delicata. Perché le Piagge sono un sistema. Non riesci a disinnescare una problematica personale senza intaccare il tutto. La diffidenza ha lasciato campo alla sopravvivenza. E manca il tessuto connettivo tra le singole individualità. Ce n’è poco a Firenze, figuriamoci qui”.

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