18 settembre 2018

Storia di una donna libera

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di Floriana Pagano

Una grande, grandissima umanità, quella di Sandra. Una persona di una disponibilità incredibile che racconta senza ipocrisie la sua vita fatta di sofferenza e di dolore, una donna che lotta ed ha lottato, che urla tutta la sua rabbia, che si indigna contro le ingiustizie, contro la violenza e le tante discriminazioni subite. Un’unica “colpa”: l’essere nata maschio e sentirsi donna. Fino al momento in cui, l’ultimo legame con quel sesso estraneo, viene definitivamente eliminato: e quello è stato, dice Sandra, “il giorno più bello della mia vita!”.

Ci vorrebbe ben altro che queste poche righe per raccontare la vita di Sandra; troppo il sofferto per una persona sola. Oggi Sandra vive alle Piagge in un appartamento che divide con il marito e da quest’anno è la presidente dell’Associazione Italiana Transessuali (A.I.T.). Non si può neppure immaginare cosa è stata la vita di questa donna: entrare e uscire dal carcere, ancora minorenne, tenuta segregata in celle di isolamento, accusata, diffidata e allontanata per essere ritenuta socialmente pericolosa, portatrice di una diversità scomoda a tutti e per questo ghettizzata finanche da reclusa.

“Anch’io ho dubitato della mia identità ma non riuscivo a venirne fuori. Non vedevo per me un futuro da uomo, non riuscivo neanche a guardarlo il mio sesso maschile (…). Mi vedevo donna. Sognavo il matrimonio, ho sempre sognato di essere donna. Purtroppo gli altri non mi capivano”.

E così, mentre quel sesso piano piano si atrofizzava, il corpo assumeva, con il supporto delle cure mediche ed endocrinologhe, le forme appropriate, adeguandosi a quella condizione psicologica che è data dall’appartenenza al genere femminile.

Ai miei tempi, la prostituzione riguardava il ragazzo marchettaro che andava per strada, passava l’omosessuale con la macchina, lo pagava e andavano assieme. Io ero molto femminile e, con i sotterfugi che si possono immaginare, riuscivo a trovare qualcosina che mi serviva per campare ma non è stata mai, quella della prostituzione, un’attività che condividevo. L’ho sempre odiata. Ma sai benissimo che quando perfino la Chiesa non ti accettava … purtroppo, la sopravvivenza è la sopravvivenza! Non sono mai andata a rubare.

Il reato più grave che ho commesso, è stato il furto di una bicicletta per scappare dai ragazzi che mi correvano dietro per picchiarmi. Ti picchiava anche la gente, appena capivano, se si accorgevano… Vendere le sigarette di contrabbando non si poteva perché a questi poveri ragazzi omosessuali che frequentavo, gli sequestravano anche la merce! Non avevano soldi neanche loro. Poi alcuni hanno capito che non gli conveniva opporsi più di tanto e così modificando gli atteggiamenti si sono inseriti nel mondo del lavoro (…).

Il bar che frequentavo era quello della prostituzione femminile. Solo li potevi trovare un panino, un aiuto, soltanto l’ambiente malavitoso ti poteva accettare. E questo mi ha portato ad avere sempre problemi pur non prostituendomi, cercando soltanto di sopravvivere. Per dormire, io e una mia amica aspettavamo il treno che veniva da Parigi con le cuccette; sapevamo che lo portavano al deposito e così dormivamo sui treni. Sai benissimo che, quando ti trovano a dormire su un treno, ti portano subito in questura (…). Tra l’altro ero conosciuta dalla polizia; anche non volendo ero considerata una specie di leader dei transessuali forse perché ero la più femminile. Dove mi trovavano, era facile prendermi e sbattermi sui giornali … “la nota travestito”, perché allora ci chiamavano così! (…). Una volta in questura (…), le forme per incastrarti erano talmente tante (…), così mi denunciarono anche per atti osceni in luogo pubblico”.
Altri anni da scontare, rinchiusa; altre celle di isolamento, anni di sorveglianza speciale. Scappare da una parte all’altra, per non creare ulteriori problemi alla famiglia.

“Riuscivo ad andare dalla parrucchiera soltanto quando andavo in compagnia delle prostitute perché allora passavo inosservata. Ma se andavo con una mia amica, una mia pari, chiamo così quelle come me, non avevamo neanche quella possibilità. Tu puoi immaginare, in queste condizioni che lavoro avrei potuto trovare io. Né lavoro, né casa”.
E le denunce aumentano. Sandra è sotto sorveglianza speciale, fornisce il domicilio della famiglia ma non vi abita. Tutte le volte che la cercano e non la trovano, sono annotazioni che si trasformano in altrettante denunce, con i mesi di galera che si sommano e diventano anni, anni e anni di galera “con gli avvocati che non gliene fregava nulla di noi altri!”.

Ma a denunciare le ingiustizie e le violenze subite, oggi davanti a me c’è Sandra. “Ho girato trentacinque carceri, ma non carceri normali. Trentacinque carceri di massima sicurezza! Messa nei sotterranei a Volterra e seviziata dalle guardie e dal mafioso con la compiacenza delle guardie (…). Non erano tutti detenuti bravi. C’era anche il detenuto schifoso, la guardia schifosa (…). Porto i segni sul mio corpo di quello che era la disperazione, chiusa in una stanza senza finestre, con una lampadina, senza poter leggere… sfregiarti le carni per fare in modo che qualcuno venisse ad ascoltarti…”.

Questo è il carcere, ieri come oggi. E questa è la vita, un pezzo soltanto, di Sandra. Non ci sono commenti da fare. C’è soltanto da gridarla forte questa verità per fare conoscere a tutti che cosa significa la violenza, l’odio gratuito verso chi è diverso, la cattiveria umana contro chi è più debole, meno tutelato, cacciato, deriso senza la possibilità di difendersi, senza colpa, trattato senza alcun rispetto, senza nessuna dignità. “Se sono qui oggi, forse è perché ho avuto tanta forza d’animo, tanto coraggio. Per essere una donna, ho dato tutta la mia vita!”.

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