Storia di C., romeno a Firenze. Una nuova vita voltando pagina

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di Carolina Mancini per l’Altracittà

C. vive a Firenze, in una baracca. Lavora all’interno della cooperativa Il Cerro alle Piagge: ritira elettrodomestici da rottamare in giro per la città e li smonta per ricavarne metallo. Ha 33 anni e viene da Galati, in Romania: “Lì lavoravo in una fabbrica metallurgica, agli altiforni, non era così diverso da quello che faccio ora: lì producevo il ferro per fare gli elettrodomestici, qui lo tiro fuori”.
Tra questi due lavori, tra la Romania e le Piagge, una lunga parentesi fatta di momenti difficili che C. ha accettato di condividere con noi:
“Nel 2005 (quando ancora la Romania non era parte dell’Unione Europea, n.d.r.) sono arrivato a Bologna. Sono partito con 180 euro per venire a chiedere l’elemosina ai semafori, i soldi me li hanno dati alcune persone nel mio paese. Chiaramente dovevo renderglieli tutti e poi, una volta saldato il debito, avrei dovuto comunque dividere con loro i guadagni che facevo. Poi mi sono stufato perché non sono fatto per questo tipo di lavoro qui, per chiedere e basta. Un signore una volta mi ha dato un euro e poi mi ha detto ‘Perché non vai a lavorare? Guarda che mani ho io!’ era un muratore, credo. Me lo ricorderò sempre, perché ho sentito che in fondo aveva ragione.”
Trovare un lavoro non è però così immediato, e intanto C. decide di scappare, assieme ad un amico romeno:
“Insieme abbiamo incontrato un ragazzo sloveno che viveva a Firenze e ci ha proposto di andare con lui, ci diceva che lì si potevano fare soldi, e così siamo partiti. Ma non erano lavori onesti”.
Proprio in quel periodo, C. incontra Alessandro Santoro:
“Un giorno Alessandro e altri ragazzi sono passati dalla baracca dove abito e abbiamo iniziato un po’ a chiacchierare, poi lui mi ha offerto di lavorare il ferro alla cooperativa e ho accettato subito, anche se non ho smesso con l’altro lavoro e neanche con il vizio che mi sono portato dietro per anni: bevevo parecchio.”
Nel 2007 C. scappa, sempre con l’amico romeno:
“Il ragazzo sloveno l’aveva picchiato, e lui non voleva più stare qui. Ho deciso di andare con lui, perché mi fidavo più di lui che dell’altro, e non volevo restare solo.”
Dopo vari mesi passati a Modena, dove “dormivamo in un parco, sotto il palco della Festa Dell’Unità”, i due tornano a Firenze. “Ho chiesto a Alessandro di ricominciare a lavorare con lui. L’anno scorso è arrivata la polizia alla baracca: eravamo tre, ci hanno portati in questura con quattro macchine. Mi hanno dato il foglio di via perché non avevo residenza, fissa dimora né assicurazione e non ero iscritto all’anagrafe. Mi chiedo come è possibile che per avere la residenza sia necessario avere un contratto di lavoro e per avere quello ci voglia la residenza? Per fortuna, poi, con un avvocato trovato grazie ad Alessandro, le cose si sono sistemate.”
Il capitolo forse più brutto della sua vita, dice C., è però quello legato all’alcol, che però, adesso, è orgoglioso di aver chiuso:
“A Gennaio 2009 sono finito in coma, poi ho passato 20 giorni in tossicologia e sono ancora oggi in terapia. In quel momento ho visto davvero ‘l’altra sponda’ e ho capito che volevo rimanere di qua. Anche perché Alessandro mi ha detto che se avessi continuato a bere con lui avrei chiuso, e questa frase mi è rimasta stampata in testa. Anche se lo faccio per me, prima di tutto.”

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