Spini: «La guerra in Kosovo? Una semplice azione militare»

«Non è una guerra contro la Serbia, definì il 26 marzo 1999 l’attacco Nato alla Serbia. 78 giorni di bombardamenti, 25.000 voli dei caccia della Nato che, per la prima volta nella sua storia, attacca un paese che non ha commesso aggressioni fuori dai suoi confini. Il bilancio finale delle bombe “intelligenti” è di 527 civili, 426 soldati serbi, 114 poliziotti serbi uccisi. A cui va sommata la mancata tutela dei kosovari in difesa dei quali la guerra fu scatenata: 2018 sono state infatti le vittime della violenza e delle persecuzioni a guerra finita.

Valdo Spini – oggi candidato “di sinistra” a sindaco di Firenze per Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e Repubblicani Europei – fu un convinto assertore della guerra, naturalmente mitigata da dichiarazioni “contro” la guerra. La retorica delle “missioni umanitarie” era agli albori…

Una madre cerca il figlio scomparso durante la guerra in Kosovo
Una madre cerca il figlio scomparso durante la guerra in Kosovo

Il 1 aprile 1999, ad una settimana dall’inizio del conflitto, si oppone al “cessate il fuoco” giustificando questa scelta con la “gradualità” dell’attacco Nato e contro le volontà di Milosevic. Liquida la proposta di tregua fatta dal Pdci, oggi suo alleato, con un niet: «Siamo in una alleanza, dobbiamo muoverci insieme». Nella stessa occasione Spini rinsalda la posizione di fedele e leale amico degli USA, che negli anni ringrazieranno nominandolo presidente del consiglio scientifico della Fondazione Italia-Usa e garantendo al candidato sindaco il voto delle Università USA a Firenze: «Un disimpegno [italiano, ndr] non avrebbe senso anche perché gli americani potrebbero benissimo fare a meno delle nostre basi aeree». Quindi una guerra da cui l’Italia sarebbe potuta stare lontano diventava utile per meglio posizionarla sullo scenario internazionale.

E infatti, il 12 luglio successivo, Spini rivendica il comando della missione Kfor e cerca di espandere l’egemonia italiana al di là del mare. Ritiene infatti «che l’Italia abbia offerto un grande contributo, non soltanto mettendo a disposizione le proprie basi ma anche affrontando disagi come le bombe scaricate in Adriatico. A questo si deve aggiungere il nostro impegno naturale rispetto all’area dei Balcani per motivi geopolitici: penso quindi sia giusto esprimere adeguatamente questo ruolo attraverso un comando italiano».

Insomma aver contribuito all’organizazione e alla realizzazione di una guerra che ha ucciso migliaia di persone, distrutto città serbe, inquinato l’ambiente con il cancerogeno uranio impoverito, devastato il patrimonio secolare della Chiesa serba ortodossa, val bene, come premio, un comando militare fuori dal nostro paese e in contraddizione con l’articolo 11 della Costituzione repubblicana.

Spini, rotella importante di un meccanismo transnazionale, mostra però anche un volto umano preoccupandosi della sorte dei militari italiani dislocati a Pec e a Decani. A loro prospetta un aumento di stipendio per quanto riguarda le missioni all’estero. La stessa indulgenza non viene riservata alle tante famiglie in fuga dal conflitto. Nei giorni più drammatici della guerra scoppia infatti l’emergenza profughi, centinaia di migliaia di persone non gradite dal regime serbo vengono allontanate dai confini del Paese. Valdo Spini liquida l’emergenza umanitaria così: «L’espulsione dei profughi è il tipo di bombardamento che fa Milosevic» e che quindi la Nato non può sospendere i bombardamenti «mentre continua questo attacco nei confronti della popolazione del Kosovo».

La guerra fu voluta dagli Stati Uniti d’America e la sua cronaca di devastazione e barbarie è disponibile nel dossier predisposto da Peacelink. Nel 1999 il presidente del consiglio era Massimo D’Alema, compagno di partito (DS) di Valdo Spini, che aveva assicurato al Parlamento che la strategia Nato si sarebbe concentrata su «obiettivi di esclusiva rilevanza militare» (discorso alla Camera dei Deputati, 26 marzo 1999).

La tragedia non finì con il cessate il fuoco. A causa dell’utilizzo di armi all’uranio impoverito molti militari italiani si ammalano di cancro e iniziano a morire una volta tornati a casa. Il 17 aprile del 1999 il portavoce della Nato, il generale Giuseppe Marani, dichiara che i «proiettili anticarro con uranio esaurito sono stati usati dai piloti alleati contro le forze serbe in Kosovo» aggiungendo però come questi proiettili «non comportano alcun rischio» perché hanno un livello di radioattività «non superiore a quello di un orologio». L’Osservatorio Militare (associazione che assiste gli appartenenti alle forze armate e i loro familiari) è però in possesso di un dossier secondo cui sono «2.536 militari italiani affetti da patologie tumorali, di cui 164 deceduti» (naturalmente non tutti in Kosovo ma anche in altri scenari internazionali di “guerra umanitaria” a cui l’Italia ha partecipato in questi anni). Ultimo a morire Fabrizio Di Nino, Sottufficiale dell’Aeronautica Militare in Kosovo, deceduto il 21 aprile del 2009 a 32 anni.

* Tutte le dichiarazioni sono state rilasciate dall’onorevole Valdo Spini all’Agenzia ANSA