Spalare fango tra mille domande: un giorno a Borghetto di Vara

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Pubblichiamo di seguito la testimonianza a caldo del nostro collaboratore Jacopo Menichetti, reduce da una giornata spesa a dare una mano in uno dei paesi liguri devastati dalla recente alluvione.

Partiamo la mattina presto da Firenze. Partiamo: cioè Francesca, Glauco e io. Destinazione: Borghetto di Vara, provincia di La Spezia, uno dei centri più colpiti dall’alluvione che il 25 ottobre scorso ha causato un vero disastro in Liguria e Toscana.
Noi siamo in contatto con gli Archivi della Resistenza, un’associazione molto attiva in Lunigiana. Sappiamo che si sono organizzati per andare a dare una mano e per questo decidiamo di unirci a loro.
In autostrada ci imbattiamo nei primi segni di quello che è accaduto dopo La Spezia: vediamo alberi caduti e ampie zone in cui il terreno è franato. Al casello diciamo che siamo volontari e non ci fanno pagare il pedaggio, subito dopo dei carabinieri ci dicono di parcheggiare l’auto e proseguire a piedi. Armati di stivali alti di gomma, guanti e pale, ci incamminiamo verso il paese insieme ad altri volontari, giunti piuttosto numerosi.
Borghetto di Vara è un piccolo comune di mille abitanti circondato dalle montagne. È sommerso dal fango. Le strade ne sono piene, in alcuni tratti lo stivale affonda. Ci sono macchine rovesciate e distrutte, saracinsche divelte, negozi svuotati completamente, oggetti di ogni tipo sparsi a mucchi ai bordi delle strade: frammenti della vita quotidiana del paese confusamente mescolati dalla violenza dell’alluvione.
Percorriamo duecento metri in mezzo a questo spettacolo drammatico, mentre vediamo passare vigili del fuoco, uomini della Protezione civile, forze dell’ordine, volontari come noi, camion, ruspe: è tutto un brulicare e un darsi da fare, ma il lavoro è immenso. Insieme ad altri cinque volontari ci fermiamo nella cantina di una casa e iniziamo a svuotarla dal fango. È un lavoro che ci impegnerà fino al pomeriggio: secchi e secchi di fango, sembravano non finire mai. La proprietaria della casa ci ringrazia, ci chiede di cosa abbiamo bisogno, ci mette a disposizione i suoi attrezzi: è confusa, triste, a tratti nervosa. Ci dice che suo figlio oggi è andato a vedere l’acquario di Genova insieme al padre. Poi ci dice che la sua casa fino al giorno prima era inagibile, e che i suoi vicini sono morti il giorno dell’alluvione. Quando riusciamo a tirare fuori dalla cantina la bicicletta del figlio e la puliamo con la sistola, vediamo la signora sorridere. Dalla cantina, tra il fango, esce di tutto: audiocassette, riviste, attrezzi, una stufa, bottiglie di vino e di olio incredibilmente intatte. Lavoriamo senza sosta fino a pranzo, dopo mezzogiorno ci fermiamo per mangiare qualche panino e scambiare due parole con le altre persone. Ci guardiamo intorno e non sappiamo bene come commentare ciò che vediamo. Proviamo solo a chiederci cosa può voler dire per le persone che vivono in paese e ne conservano la memoria di come era ogni giorno vederlo ora ridotto così, come lo vediamo noi per la prima volta.
Nel pomeriggio riprendiamo a spalare fango, la “nostra” cantina è sempre più vuota, riusciamo ad arrivare fino in fondo. Il sole si fa basso abbastanza presto e la luce diminuisce, così verso le quattro interrompiamo il lavoro. Siamo tutti piuttosto stanchi. Coperti di fango fino al collo, riprendiamo la strada del ritorno, verso la nostra macchina, e ci lasciamo alle spalle, ma solo fisicamente, Borghetto di Vara. Dentro infatti siamo agitati da alcune domande, le stesse che in molti si fanno in questi giorni: si poteva evitare? Si poteva prevenire? Quanto costerà porre riparo a tutti i danni? E quanto tempo ci vorrà? Non sarebbe stato più giusto e più conveniente mettere in sicurezza questi territori prima invece che spalare fango adesso? Ma il fango sembra essere un elemento ricorrente in molte pagine della storia di questo nostro paese.

Jacopo Menichetti

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