26 settembre 2018

Sotto il grembiule, tagli

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La scuola italiana cambia, è già cambiata. è difficile districarsi tra le dichiarazioni e le ritrattazioni dei diversi esponenti del governo, l’unica cosa certa sono i provvedimenti: ci sono decreti che mirano a tagliare le spese fingendo di avere in mente un nuovo (anzi vecchio e perciò sicuro) modello di scuola, ma anche mozioni che fingono di affrontare realisticamente una realtà sociale complessa che la scuola riflette e riproduce al suo interno e invece mirano a usare la proporzione numerica degli stranieri per classe per garantire la loro subordinazione alla nostra cultura e delle nostre tradizioni. Quali? Quelle di una debole identità nazionale o quelle locali inventate di sana pianta a fini politici? I decreti ci parlano di classi separate per gli stranieri, di tagli al tempo pieno e di maestri unici nella scuola primaria, di tagli a tutti gli altri gradi di istruzione. La cosa più triste in questo settore come in altri di intervento sociale è la rincorsa di una parte dei dirigenti e funzionari a giustificare e confermare i provvedimenti del ministro Gelmini per accreditarsi presso i nuovi potenti e non perdere il proprio status e ruolo. Il nostro paese – come ogni altro nella situazione contemporanea – può e deve basare la sua capacità di tenuta economica e sociale sulle conoscenze e competenze diffuse nella popolazione a tutti gli strati sociali e in tutte le fasi della vita: è necessario questo investimento per essere capaci di elaborare risposte adeguate alle sfide di un mondo che cambia in fretta e in modo sempre più interconnesso. La scelta del governo di tagliare gli investimenti sull’istruzione, la cultura e la formazione è un segno preciso della sua idea classista della società italiana. La priorità è distruggere la scuola pubblica e con questa l’unica possibilità per tutti i cittadini di avere un’istruzione laica e democratica secondo valori e principi socialmente condivisi. In seguito chi potrà si pagherà corsi e scuole private e gli altri avranno un’istruzione/ formazione dequalificata e quindi poco spendibile. La mancanza di un fermo dissenso e, anzi, l’accettazione supina annunciata dal Presidente della Repubblica Napolitano fanno capire che il problema sono i soldi, non il merito della questione. L’unica consolazione in questo scenario sono i moltissimi studenti genitori, dirigenti e insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado che hanno fatto sentire la loro voce, manifestando, occupando scuole e università, discutendo come non è stato fatto in parlamento del significato della scuola e del suo valore. In questo numero presentiamo due esperienze di scuola diversa da quella istituzionale, che possono dare spunti di riflessione pedagogici, didattici e di utilizzo delle risorse.

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