Sono un prete e qualcosa mi manca: avere un figlio

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Don Alessandro Santoro: «Sono per il celibato facoltativo. Avere una propria famiglia non sarebbe una limitazione»

di Mario Lancisi

«Nella mia vita se c’è qualcosa che mi manca in maniera profonda è la dimensione della paternità. Mi addolora il fatto che la Chiesa nella storia abbia ad un certo punto impedito ai preti e alle suore la possibilità di essere padre e madri in maniera naturale», è quanto sostiene don Alessandro Santoro, 47 anni, origini livornese, prete della comunità delle Piagge, periferia di Firenze, laboratorio di esperienze sociali e religiose famoso in tutta Italia (il filosofo Serge Latouche è ospite abituale, per dire).

A pochi giorni dalla festa del papà – una festa sdolcinata che però ha una forte valenza – siamo venuti alle Piagge. A parlare del senso di essere padre oggi. E lo abbiamo voluto chiedere a chi padre non lo è. Ma che in un’omelia, durante la vicenda dei suoi contrasti con la Curia, confessò che il dolore più grande per lui, don Alessandro, è quello di non essere babbo. Anche se don Santoro vive da anni in casa con un ragazzo che ha aiutato a crescere e a spiccare il volo. Anche se un prete viene chiamato “padre” perché ha una relazione di paternità spirituale con i fedeli della comunità che la Chiesa gli ha affidato.

Esordisce don Alessandro: «Sì, vorrei tanto avere figli. E’ un desiderio che in qualche misura è accostabile alla stessa nostalgia che Dio aveva dell’uomo al punto che decide di incarnarsi nella nostra storia. Divenendo uomo tra gli uomini». Da cosa nasce questo desiderio? La risposta è semplice, naturale, è quella di ogni babbo: «Vorrei avere un figlio per condividere la sua vita, vederlo crescere, sbagliare e poi rialzarsi, gioire,sognare, stargli a fianco fino in fondo dalla testa ai piedi».Un’esperienza umana – la paternità – che non può essere negata- . E’ questa negazione che don Alessandro vive come una ferita. Un non senso del suo essere prete. Dice: «Sarebbe importante che la Chiesa permettesse a noi sacerdoti di costruire una famiglia». Già, ma questo implica una radicale revisione del celibato. Don Santoro non ha dubbi. Non dice no al celibato, ma vorrebbe che fosse facoltativo. «Avere una propria famiglia non toglierebbe niente alla donazione di sè agli altri, all’essere pane con gli altri che è, per quello che ho capito io ,il senso dell’essere prete», spiega il prete delle Piagge. Che incalza: «Ritengo anzi che il confronto con il cerchio familiare più prossimo a te sia un pungolo, uno stimolo per rendere più forte e profonda la relazione con le altre persone. L’essere padre non rende il prete meno prete ma di più. Più forte e più “umano” nel rapporto con gli altri. Più uomo del Vangelo. Del resto anche Gesù nasce in una famiglia, per giunta irregolare».

In compenso, oggi don Santoro è nonno. «Mi sono preso carico di un ragazzo. Ha vissuto in casa con me come un figlio. Oggi a sua volta ha un bambino di un anno e quindi mi sento da padre anche nonno», sorride con orgoglio. D’accordo, il desiderio di un figlio. E la donna? Riflette don Alessandro: «Mi manca la paternità, ma sarei crudele con me stesso se dicessi che non sento anche l’assenza di una relazione stabile con una altra persona. Però per come sono fatto io so che non sarei capace di stare dentro una famiglia tradizionale. Io non ho fatica a riconoscere che più che il rapporto con una donna, sento con più dolore il mio non essere padre naturale», sottolinea don Santoro. Ma che differenza c’è tra la paternità che già oggi don Alessandro vive con il giovane che ha in casa e quella che insegue? «La differenza tra la mia paternità “putativa” e quella naturale sta nel fatto che a me manca il tempo unico e particolare della gestazione, quel momento in cui, dopo aver donato il tuo seme, tu aspetti la nascita di una nuova vita. L’accogli in te, nella tua storia, vivi in attesa che lui nasca. Per questo molte coppie che hanno difficoltà ad avere figli e molte coppie omosessuali cercano di avere un figlio attraverso la fecondazione eterologa e omologa prima magari di entrare nel percorso adottivo. Le comprendo e le invito a “tentare” perché così potranno provare a vivere questa dimensione unica e straordinaria della Gestazione. Quando poi si decide di adottare un figlio comunque poi si è padri lo stesso e profondamente e a pieno. Ma alla fine comunque il senso della gestazione viene meno». E la paternità di un prete? In che senso un prete può dirsi padre? «Se un prete non sa essere padre, madre, figlio e fratello non può dirsi un prete. Tutto deve essere un prete meno che maestro nella accezione farisaica negativa del Vangelo», conclude don Santoro.

Fonte Il Tirreno del 15 marzo 2012

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