Somalia senza pace

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È una città fantasma Mogadiscio. I guasti vecchi e nuovi pesano come un macigno su tutto: le case, il mare, il porto, i mercati, i quartieri arabeschi, l’architettura fascista della cattedrale. Mogadiscio è così oggi, e offre uno spettacolo nuovo rispetto a quello dei giorni della guerra. Oggi c’è la pace, almeno in apparenza.
L’ingresso diretto dell’Italia negli affari dello stato africano ha inizio nel 1904, quando il governo del nostro paese assume la responsabilità della colonia del Benadir, che prende il nome di Somalia. Negli anni successivi la Somalia è costretta a subire le angherie del fascismo, che nel ventennio porta nel paese metodi autoritari, eccidi gratuiti ed espropriazioni indebite da parte dei nostri gerarchi. Dall’indipendenza del 1960 la Somalia riunisce le due distinte colonie, quella britannica a nord e quella italiana a sud, e subisce un regime pseudo-socialista guidato da Siad Barre, che impone al paese un governo autoritario che accentua l’identità etnica e le divisioni tra i vari clan. Da allora lo stato africano diviene teatro di scontro della guerra fredda e nei trent’anni di dittatura riceve l’appoggio politico-economico prima dell’Unione Sovietica e poi degli Stati Uniti. Nel 1991 la dittatura di Barre viene rovesciata, la parte nord del paese dichiara la propria indipendenza e nel sud infuriano i conflitti fra due fazioni, una guidata dal leader del governo provvisorio, Ali Mahdi e l’altra dal colonnello Mohammed Farah Aidid.
Per fermare il disastro umanitario in atto, la comunità internazionale interviene, con colpevole ritardo, solo quando gli Stati Uniti concedono le proprie truppe: a fine anno 37.000 uomini (in gran parte statunitensi) sono dispiegati in Somalia per la missione delle Nazioni Unite denominata “Restore Hope”. La missione interviene sia militarmente, con le truppe dispiegate sul territorio somalo, sia con il trasporto di derrate alimentari e medicinali. Gli aiuti però, dopo essere stati distribuiti alla popolazione, finiscono nelle mani delle fazioni determinate e senza scrupoli, le quali con il denaro ricavato comprano armi. Ben presto l’apparente neutralità delle truppe internazionali viene smentita dagli eventi: gli scontri fra le truppe statunitensi e quelle fedeli ad Aidid sono sempre più forti e raffigurano il colonnello come “il vero nemico”. L’escalation della guerra provoca incidenti gravi da ambo le parti: negli Stati Uniti si riaffaccia lo spettro della “sindrome del Vietnam” e il presidente americano Bill Clinton è costretto a ritirare le truppe americane dal paese, mettendo di fatto la parola fine anche alla missione delle Nazioni Unite.
Anche l’Italia partecipò alla missione con un contingente militare che vedeva impegnati i parà della Folgore, protagonisti di oscuri episodi di maltrattamenti e sevizie nei confronti dei somali. E poi, la morte della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin: la pagina più oscura di quegli anni. I due reporter furono uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994 da un ignoto commando somalo, ma sulla vicenda si stende l’ombra lunga di traffici d’armi o altro.
La situazione attuale vede il Governo di Transizione somalo (TNG) finanziato dai paesi arabi, mentre dall’Etiopia è sostenuta la principale coalizione d’opposizione SRRC (Somali Reconciliation and Restore Council), formata dai cosiddetti signori della guerra, i capi dei vari clan in continua lotta per il controllo dei territori. Il Governo di Transizione, instauratosi dopo gli accordi di Arta nel 2000, doveva restare in carica per tre anni. Il suo progetto è fallito per non essere mai riuscito a controllare più di una porzione di Mogadiscio e non aver mai tessuto buoni rapporti con la comunità internazionale. Stato unitario o federale? È questo il dilemma per un paese che deve reinventarsi un’economia e trovare un equilibrio nella gestione delle risorse che fanno gola ai signori della guerra, più accaniti che mai. La comunità internazionale resta a guardare, disinteressata, il lento genocidio somalo. La stampa internazionale lo ha dimenticato e quella italiana, nonostante i legami politici del passato, lo ha completamente cancellato.

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