Somali, i profughi di ritorno

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Incredibilmente qualcosa comincia a funzionare. La convenzione di Schengen ci ha obbligato ad informatizzare le frontiere. Siamo quindi in Europa, almeno per quel che riguarda il controllo delle impronte degli stranieri. Da un mese a questa parte il nostro paese riesce finalmente ad inviare quelle dei richiedenti asilo. Ma in base al trattato di Dublino del 2003, chi è entrato nell’Unione dall’Italia, anche negli anni passati, ci deve tornare. È stato sancito infatti che sia il primo paese raggiunto dal profugo ad occuparsi del suo caso. Sarà qualcosa di simile ad una deportazione.
L’avanguardia dei “riammessi” è già arrivata a Firenze dove vive la comunità somala più numerosa e organizzata. Sono una quarantina di rifugiati provenienti dalla Somalia. La metà vengono ospitati dai compaesani. Per trovare un tetto agli altri, il Comune di Firenze ha fatto i salti mortali.

In piazza Santa Maria Novella, Amina dice: “La sera, se c’è qualcuno che non sa dove andare, viene sempre portato in una casa. Non resta nessuno in piazza senza sapere dove passare la notte. Ma li possiamo ospitare per una settimana, un mese, mica per sempre.”
Parla Abdelhamid, vorrebbe farlo in inglese ma la mia ignoranza non glielo permette; pretendo la traduzione simultanea dal somalo “Siamo scappati dal nostro paese dopo 14 anni di guerra civile, perché viverci non è più possibile. Arrivati in Italia, non abbiamo trovato niente. Siamo andati chi in Svezia, chi in Norvegia. Là abbiamo passato sei-sette mesi. In attesa dello lo status di rifugiati e di poter lavorare e mantenerci autonomamente, ci hanno dato una casa, da mangiare, da vestire, la possibilità di studiare. Ma poi siamo stati riconosciuti dalle impronte. E ci hanno rispedito qua. Ci hanno assicurato che saremmo stati trattati nello stesso modo, che avremmo avuto gli stessi diritti, perché l’Italia è in Europa. Ma qua non c’è niente. Non ci danno niente, e non possiamo lavorare. Vogliamo solo un documento, poi il lavoro arriva, lo troviamo. Pensavamo che l’Italia fosse in Europa, ma non è vero.”
Abukar, presidente dell’”Associazione Somali della regione Toscana” ci ragguaglia su ciò che si può aspettare un richiedente asilo arrivando in un paese dove le misure di controllo funzionano, ma che poi non è in grado di fornire il minimo sostegno che dovrebbe essere garantito: “Non c’è una normativa che possa e debba essere rispettata. E ora anche il resto d’Europa ci ricaccia indietro. Stiamo aspettando un’ondata di rientri. Dall’Olanda, con la nuova norma delle “riammissioni”, verranno espulse 26.000 persone che là vivevano da 5, 6, 7 anni, che là hanno un lavoro, una casa, studi, relazioni.”
È dunque sorpassata la Convenzione di Ginevra del 1951 che consacrava il diritto d’asilo? La volontà politica europea pare quella di rispedire i rifugiati nel paese più “sicuro” più vicino a quello di origine, attraverso convenzioni bilaterali e accordi di riammissione. Si apre la strada anche all’ “asilo interno”: prima di concedere protezione si verificherà che non ci siano luoghi “sicuri” sul territorio del paese d’origine. Saremo complici nel creare nuovi campi profughi?
Continua Abukar: “Quello che si può aspettare un rifugiato qui in Italia è una lunga attesa del permesso di soggiorno, anche per un anno e mezzo, un aiuto finanziario di 700 euro che deve bastare per tutto il periodo, un alloggio introvabile o limitato ad un periodo di 45 giorni (mancano i centri di accoglienza ), l’obbligo di tornare una volta al mese nel luogo di ingresso (per esempio Crotone) da qualsiasi parte d’Italia ci si trovi, senza averne i mezzi.”
La comunità somala denuncia anche altre “difficoltà”: le ragazze madri debbono emigrare per avere garanzie durante la maternità; i ricongiungimenti familiari sono impediti: secondo la legge Bossi-Fini un genitore ne ha diritto solo nel caso in cui l’immigrato dimostri di essere l’unico figlio in grado di mantenerlo (non basta a tal fine che gli altri figli vivano in zona di guerra); inoltre è richiesto per questo l’esame del DNA, che si fa solo in Kenya, giacché i passaporti non sono riconosciuti dal 1990, causa lo stato di guerra civile.
In conclusione, state tranquilli: anche se le frontiere sono abbattute, riusciamo sempre a distinguerci.

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