Sognando il ritorno in Palestina. “Non si può essere profughi per sempre”

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di Floriana Pagano

La speranza, per Rola e Abed, palestinesi da anni a Firenze, è ancora quella: che, dopo tutti questi morti e questa sofferenza, possa ancora nascere uno Stato palestinese. “Siamo ottimisti”, dicono seduti sul divano della bella casa mentre i tre figli piccoli guardano alla televisione le gesta del gattone Garfield. Abed, palestinese di Nablus in Cisgiordania, arriva a Firenze nel 1982 per studiare all’università. Dopo la morte del padre, per sostenere la famiglia lontana, inizia a lavorare come commesso e oggi ha una pelletteria in San Lorenzo.

Il suo villaggio è situato vicino ad una zona particolarmente conosciuta per la presenza di un’imponente colonia israeliana. Rola è laureata in Archeologia e Storia e proviene da una città ancora più a Nord situata proprio ai confini con lo Stato d’Israele. Si sono conosciuti in Palestina grazie allo zio di Rola che, come Abed, ha fatto l’università in Italia. “Ma, a differenza mia che non ho terminato gli studi”, scherza Abed, lui è diventato medico!”. Abed e Rola hanno tre figli: Giud che presto compirà 10 anni, Joman di otto e Jad di appena 3 anni, “l’unico che non parlerà arabo!”, ci spiega Abed. I fratelli più grandi, invece, l’arabo lo parlano perfettamente ma tra loro usano solo l’italiano. Giud è il più loquace e parla proprio fiorentino. E quando i genitori gli dicono che se ne vorrebbero tornare in Palestina dalla famiglia, lui risponde: “Andateci voi! Io voglio stare qui!”.

“Sono stati giorni difficili”, raccontano “sempre attaccati alla televisione. No, non la RAI, quella no; Al Jazeera e soprattutto Internet. Per la prima volta tutti hanno potuto vedere cosa significa che Israele è la più grande democrazia del Medio Oriente! I bambini sono stati malissimo. Hanno capito ed hanno sofferto. L’ultima volta che siamo stati in Palestina è stato nel 2005, non sapevamo cosa rispondere alle loro domande. Cosa dici a tuo figlio quando per fare 3 km di strada devi stare fermo davanti ad un semaforo che resta rosso per 6 ore e mezzo di fila? Noi abbiamo anche amici ebrei”, precisa Abed “perché il 50% dipende sempre da noi. Ma questo deve valere anche per Israele! No, li è il 100% della colpa”. “Lo sbaglio è che manca lo Stato palestinese”, dice convinto. “Noi abbiamo accettato l’esistenza di Israele, la storia di Hamas che non lo riconosce è falsa perché le elezioni del 2006 sono state fatte sotto l’accordo di Oslo. Il popolo palestinese sta pagando un prezzo molto forte. Hanno chiuso le frontiere e ora hanno dichiarato la guerra. Pensa che dove oggi esiste lo Stato d’Israele, prima vi erano almeno 500 villaggi palestinesi. Cancellati. Dopo tutto questo, noi siamo ancora ottimisti. Vogliamo soltanto uno Stato. Non importa quanto grande sia. Ma la Palestina è la terra dove io, un giorno, vorrò morire. I tre quarti dei palestinesi sono profughi. A qualsiasi palestinese tu chieda quale sia il suo desiderio più grande, ti verrà risposto che è quello di morire in Palestina, nella propria casa”.

“Noi palestinesi”, prosegue, “abbiamo sempre dato molta importanza allo studio. I nostri figli devono studiare perché visto che non abbiamo la terra, devono essere loro ad aiutare le famiglie. Ma la gente è stanca. Anche gli israeliani lo sono. Ma chi soffre di più sono i palestinesi. Non voglio parlare del mondo arabo perché la maggior parte di questi paesi sono governati da dittature. Da loro non mi aspetto niente ma l’Europa e il mondo occidentale sono un riferimento importante. Io non voglio essere sempre aiutato come se fossi un profugo. Ci sentiamo soli ma non siamo deboli nell’affrontare il nostro destino. Per risolvere i problemi, dobbiamo arrivare alla base di tutto ciò e promuovere la fine di questa apartheid esattamente come è successo per il Sud Africa. Per ottenere la pace, bisogna usare gli strumenti giusti”.

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