Silenzio, parla l'eurodeputato Leonardo Domenici. Astenetevi da commenti volgari

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di Angela Frenda per il Corriere della Sera

MILANO — «Finora? È stato come nuotare in un acquario…senz’acqua». La sua esperienza da parlamentare europeo per tra i fondatori del Pd (ha fatto parte del «Comitato dei 45»), oggi è «la vita agra del parlamentare europeo». E Domenici lo ammette proprio nel giorno in cui Mario Monti è a Bruxelles, dove ha incontrato anche i rappresentanti italiani: «Molti di noi vivono la sindrome dell’esiliato. La nostra presenza, finora, è stata soprattutto un’assenza. Siamo stati lasciati soli».

Addirittura?
«Beh, sì…C’era una difficoltà oggettiva sia per il dibattito in corso in Italia sia per la nostra caduta di prestigio. Ora, è chiaro, spero che si recuperi un ruolo. Così non si può andare avanti».

Ma lei perché ha accettato, a suo tempo, di fare il parlamentare europeo?
«Ero in una fase in cui volevo chiudere con la politica. Mi sentivo estraneo a tutto un certo modo di ragionare…Ero amareggiato…Vuole un paragone? “Il libro del riso e dell’oblio” di Kundera comincia con la descrizione del politburo sovietico, dove quando qualcuno non era considerato più utile veniva cancellato. E la sua foto rimaneva con un buco. Ecco, allora mi sentivo proprio così: una foto col buco».

Sensazione tremenda. Però lei poi ha scelto di rimanere in politica.
«Venire in Europa mi è sembrata una sana mediazione. Ho pensato che potesse essere utile».

Invece?
«Invece ti accorgi che le cose sono molto diverse da come te le immaginavi. Ai nostri partiti quello che si fa a Bruxelles interessa poco e niente. Non so, le faccio un esempio. Io qui mi occupo di questioni monetarie. Bene, quando la crisi stava per esplodere crede che non abbia cercato di segnalarlo ai miei referenti in Italia?».

L’ha fatto?
«Eccome. E sa quale è stata la risposta? “Capiamo, ma ci sono cose più importanti da fare…”. Allora tu ti chiedi: ma che ci sto a fare qui?».

Lei quanto tempo trascorre a Bruxelles?
«Dal lunedì al giovedì sera. Ho preso casa. Anche se spesso c’è chi mi dice: ma non è troppo? Invece credo sia utile».

Però parla di «sindrome dell’esiliato».
«Perché molti di noi si sentono proprio così, mi creda. Poi, certo, va detto anche che alcuni vengono qui ma vorrebbero essere a Roma… E quello è un problema irrisolvibile».

Vita sociale?
«Mah, qualche cena. Però non si immagini chissà cosa. Io vado in palestra, spesso, alla sera. E poi prendo lezioni di inglese. Il tedesco vorrei, ma non ho tempo».

Importante, la lingua?
«Fondamentale. Se non la sai, come capita ad alcuni di noi, sei tagliato fuori. E allora sì, che la vita è agra».

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