15 dicembre 2018

"Signor Garante, sono Lucio Sergio Catilina…" Diritto all'oblio o diritto alla memoria?

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Ebbene, dobbiamo ammetterlo, ci siamo spaventati: la recente sentenza di un tribunale che in nome del cosiddetto “diritto all’oblio” ha condannato una testata online alla rimozione di un articolo, assolutamente corretto e non diffamatorio, nonché al risarcimento danni, ci ha messo in allarme.
Abbiamo così acconsentito, a malincuore, alla richiesta di un avvocato che ci ha chiesto di fare lo stesso per un articolo, non nostro, dove si riportavano le traversie giudiziarie, per altro non ancora concluse, di un suo cliente.
A commento di questa triste circostanza, riprendiamo da MCreporter questa interessante lettera dal passato…

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Signor Garante per la protezione dei dati personali, sono Lucio Sergio Catilina, morto in battaglia il 5 gennaio 62 (a.c.) nel tentativo di liberare Roma dal giogo di un Senato in cui il seggio si ereditava invece di meritarlo, e che – colluso con i grandi possidenti – vessava ingiustamente i cittadini, ridotti al mero rango di pagatori di tasse.

Il mio (ex) amico, poi inquisitore e infine acerrimo nemico, Marco Tullio Cicerone, non contento di avermi accusato in Senato, costretto alla fuga e infine messo a morte, continua ancora oggi, a distanza di oltre duemila anni, a diffamarmi con quelle sue Catilinarie, nelle quali mi dipinge come un nemico dello Stato, un sovversivo, un mezzo – anzi, un intero criminale.
Certo, preso dai rimorsi di coscienza (o dalla paura di una causa per danni), dopo la mia morte ha un po’ cambiato la sua opinione. Ma la Pro Caelio non basta certo a cancellare l’infamia delle accuse che mi ha rivolto.

Sia come sia, dopo tutto questo tempo ritengo di avere acquisito il diritto a riposare in pace e a far sì che nessuno più possa ricordarsi di me.
C’ero andato molto vicino da quando nelle scuole la storia di Roma e il latino non erano più oggetto di serio insegnamento. Ma adesso, con questi demoni dei motori di ricerca, sono tornato a non avere più pace.

Mi rivolgo dunque a lei, signor Garante, perché con i poteri che la Legge le conferisce voglia ordinare a tutti coloro che ancora parlano (a sproposito, come è ovvio) di me, di cancellare i dati che mi riguardano.
Duemila anni sono un tempo sicuramente congruo per meritare il diritto all’oblio.

C’è poco da scherzare. Da qualche tempo le testate online di qualsiasi settore – dall’informazione generalista alla musica – sono bersagliate da richieste di cancellazione di articoli relativi a fatti di cronaca giudiziaria. Il fondamento di queste azioni è una scorretta e strumentale interpretazione della legge sui dati personali, purtroppo recepita già da un tribunale italiano. Secondo questa interpretazione esisterebbe un “diritto all’oblio” di chi è stato coinvolto in vicende giudiziarie.

Attenzione: non si sta parlando di articoli diffamatori o capziosi, ma di “pezzi” giornalistici pienamente rispettosi dei principi di pertinenza, continenza e rilevanza pubblica del fatto. E, guarda caso, a chiedere la cancellazione degli articoli non è la vittima – che pure, al limite, qualche ragione potrebbe averla – ma l’autore del reato.

La conservazione della memoria storica è un elemento fondante di qualsiasi civiltà, e il fatto che oggi – per la prima volta – possiamo veramente accumulare la memoria del mondo, è un dono inestimabile che facciamo alle future generazioni.
Pretendere di cancellare la memoria collettiva, in nome di un malinteso diritto all’oblio, non è solo giuridicamente assurdo, ma anche culturalmente ignobile e socialmente inaccettabile.

Come si capisce bene leggendo in controluce l’epistola pubblicata qui sopra.

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