"Siamo tutti minatori" e la retorica del potere

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senza essere nè voler essere particolarmente profetici, la condizione dell’impresa mineraria sarà quella che si trascina da vent’anni per dire che non mi iscrivo a queste banalità.
Nonostante il Presidente e i ventriloqui locali del Quirinale.

Sono stati vent’anni nei quali un’intera classe politica, lo dico senza avere nessuna tendenza grillesca – di destra, di centro, di sinistra e sindacale – ha costruito le proprie fortune e i propri soggiorni nelle stanze del potere.
Il dato, prima ancora che le considerazioni sui minatori e sulle miniere, è questo.
Sulle disperazioni riconosciute e riconoscibili si sono costruite carriere inossidabili e posizioni inattaccabili all’interno di un complesso – ma anche facilissimo da ri-conoscere – sistema di sospensione democratica.
Perchè sapete, non è credibile che chi da venti e più anni fa analisi, gestisce situazioni, tratta coi governi nazionali e gestisce quelli regionali e locali non l’abbia saputo riconoscere l’assurdo che si è costruito in Sardegna in questi decenni.

Questa roba della Carbosulcis, a conoscerla, diventa il paradigma del sottosviluppo della Sardegna.
La semplifico di molto perchè in rete trovate dati, considerazioni e ricerche.
La Regione detiene il 100% della Carbosulcis. Dal 1996 ad oggi ha speso – abbiamo speso – circa 600 milioni di euro per mantenere in vita un’azienda che nel 2011 ha avuto una perdita di 25/26 milioni di euro. La Regione aveva stanziato 35 milioni, dalla vendita del carbone se ne sono introitati 9 milioni soltanto.

Ma a chi si vende questo carbone? Alla centrale Enel di Portovesme che però funziona al 30% della propria capacità produttiva.
Ma il carbone prodotto a Nuraxi Figus ha caratteristiche così mirabolanti da essere preferito a tutti gli altri tipi di carbone? Affatto. Il carbone prodotto nel Sulcis ha un contenuto di zolfo di molto superiore alla media (6,5% rispetto alla media dello 0,5%). Cosa significa? Che il carbone sulcitano va miscelato con altri tipi di carbone per evitare fenomeni di autocombustione. Il carbone del Sulcis non solo è qualitativamente peggiore ma costa pure di più.

Basterebbe questo per definire l’avventura carbonifera regionale fallimentare e fa specie che la pubblica opinione – scarsamente informata da una stampa in servizio soporifero permanente – queste cose le ignori.
Basterebbe se non fossimo in Sardegna. Ma in Sardegna, siamo.
Ed allora, certificato questo fallimento, si vorrebbero investire 1,6 miliardi di euro TREMILA-MILIARDI-DI-LIRE di soldi pubblici per realizzare – non si sa da chi nè come – una nuova tecnologia che consenta di utilizzare il carbone prodotto a Nuraxi Figus, Texas.
Se avessimo una classe politica degna di questo nome si direbbe: scusate, abbiamo sbagliato, ce ne stiamo andando a casa tutti, perdonateci se potete.

Chi fosse restato – ma siamo nell’ambito puro dell’irrealizzabilità – avrebbe avuto l’onere, dettato dall’onestà intellettuale, di dire che in sardegna carbone non se ne estrarrà mai più. Ed avrebbe l’onere, certo più esaltante, di immaginare e realizzare un futuro diverso per quei lavoratori.
Intervento pubblico per intervento pubblico preferirei – restando nel terreno minato dell’emergenza – che quei lavoratori e quei 35 milioni di euro annui di soldi pubblici se ne andassero a pulire tutte le cunette della Sardegna.
Per fare un esempio molto banale.
O a piantare alberi o realizzare fasce antincendio e parafuoco. Almeno i risultati sarebbero pubblici.
Adesso, non è il momento della proposta, ma della conoscenza e della protesta.
Perchè dire queste semplici ragioni di verità significa davvero stare di fianco a quei minatori, ma non un affiancamento di maniera, alla Napolitano. Ma una vicinanza che serve la verità ed impone alla politica di immaginare e realizzare un diverso metodo di sviluppo.
Perchè sapete – a meno che non mi sia sfuggita la cosa – non è perchè estraiamo minerale sulcitano e lo bruciamo in Sardegna la nostra bolletta è più leggera e non, invece, il solito salasso bimestrale.
Perchè se ci fosse un vantaggio “pubblico” forse ci avremmo potuto pensare.
Invece la bolletta, per ritardi decennali e imposizioni neocoloniali, la paghiamo il 30/40% più salata rispetto al Continente.

E qui si innesta l’ultima considerazione non certo tecnico-tattica, ma politica.
La vicenda delle miniere – non dei minatori ai quali dedicherò la conclusione – si innesta in una politica di sostanziale sottosviluppo della Sardegna. Una politica – locale e nazionale – che ha ritagliato per la nostra terra il posto per il saccheggio nazionale. Di risorse pubbliche, di beni pubblici, di proprietà pubbliche.
E questo saccheggio ha determinato il permanere in una condizione di sostanziale sottosviluppo della nostra isola.
Il paradigma “sociale” del sottosviluppo è dato, senza dubbio, dalla condizione dei trasporti in Sardegna.
Perchè ogni sardo, prima o poi, per una malattia, un lutto, una carcerazione di un parente o la mai arrestata migrazione una nave la prende. E viaggiare nei carri bestiame, a tariffe folli, dei potentati marittimi racconta più e meglio della miniera la condizione di sottosviluppo della nostra terra.

La mia paura e non ho nessuna paura ad esplicitarla è la seguente.
I trentacinque milioni diventeranno, dopo estenuanti trattative e commistioni fra politica e sindacato, quaranta o cinquanta per certificare un fallimento che solo i ciechi non possono vedere.
Il carbone ad alto contenuto di zolfo si continuerò ad estrarlo per qualche anno ancora di modo che ai prossimi appuntamenti elettorali quei lavoratori disperati saranno merce di scambio della politica, voti da riconsegnare al potente di turno che nulla ha fatto per risolvere il problema, ma di tutto fa per mantenere vivo il bubbone.

Per il lavoro non si venda la dignità e la libertà. La lotta deve essere per un cambio di strategia nelle politiche pubbliche nel Sulcis. Politiche che mettano davvero al centro il lavoratore e non l’elettore che è dentro ogni minatore.
Perchè la storia di questa terra è la storia di un’immensa commistione fra detentori di poteri pubblici e sudditi ed è, purtroppo, la storia di una politica senza idee, di una società civile inesistente, di un sindacato che si accontenta di mangiare dal trugolo.
Poi ci sono loro, dentro i pozzi.
E spero con tutta la forza che ho che riescano a maturare una coscienza collettiva che li allontani dai predatori di oggi e di domani.
Che poi sono gli stessi di ieri.

* sindaco di Bortigiadas 

0 Comments

  1. Roberto Cena

    Michela Murgia nel suo Blog invita a chiudere Nuraxi Figus ed importare carbone da Cina e Venezuela ma ci si dimentica che il carbone proveniente dal Venezuela o dalla Cina ha due caratteristiche:
    1) E’ estratto in miniere a cielo aperto, distruggendo completamente Habitat, paesaggi, fauna e flora e inquinando terribilmente le falde acquifere per separare il minerale con la flottazione.
    2) Nel bilancio della CO2 occorre aggiungere il consumo di petrolio delle meganavi che lo trasportano dall’altra parte dell’oceano Atlantico o Indiano.
    Per cui forse sarebbe più ecologico (ed economico se si tassassero correttamente le emissioni di CO2) convertire una centrale a carbone accanto alla miniera di Nuraxi Figus che ha riserve enormi sotterranee e che quindi non deturpa il paesaggio.

    Purtroppo la produzione di energia elettrica di Canada, USA e Cina è realizzata per la maggior parte bruciando carbone. Per cui il carbone è (purtroppo) il presente e il futuro dell’industria termoelettrica ed è quindi più “moderno” di quanto molti pensino.

    Meditate gente, meditate …

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