Seves: "Trasferire la produzione è una scelta suicida delle finanziarie. Non ci arrendiamo"

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di Alessandro Bezzi

Terza puntata del nostro speciale sulla Seves: continua il dialogo con i lavoratori e con Leonardo Bolognini, sindacalista RdB.
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Leonardo, molti quotidiani fiorentini sembrano preoccuparsi della situazione dell’azienda solo quando si concretizzano le peggiori previsioni; nei giorni scorsi i giornali ci hanno raccontato delle 3300 mascherine e della strumentazione inviate allo stabilimento in Repubblica Ceca. I rischi di smantellamento sembrano farsi sempre più seri: la scelta di delocalizzare la produzione può dirsi, almeno economicamente, giustificata?

“Purtroppo, sono partiti materiali indispensabili per continuare a lavorare. È una scelta aziendale precisa, che denota tutta l’incompetenza delle finanziarie che controllano Seves. Non ci si può improvvisare manager di un’azienda tanto importante e qualificata: le linee che hanno voluto aprire in Repubblica Ceca, per non parlare di quelle in Brasile, producono incessantemente ma sono prive della versatilità e della qualità che caratterizzano la produzione di Seves Firenze. Certo, il mattone costruito là costa meno, ma hanno un solo stampo e il materiale prodotto è di qualità scadente; che senso ha spostare la produzione se almeno metà dei mattoni devono essere buttati via?”

Com’è possibile che si sia arrivati ad una scelta del genere, che non solo appare eticamente ingiustificabile ma sembra anche controproducente ?

“Fin dalla liquidazione di Enrico Basso, le finanziarie hanno dimostrato di non saper gestire un’azienda come la nostra: oltre al danno economico per Seves Firenze, il tentativo di trasferire la produzione all’estero è dannoso anche per i milioni di euro di materiale spostato (senza sapere se sarà altrettanto funzionale) e per la professionalità dei dipendenti mandati in Repubblica Ceca, incapaci di mantenere i prodotti sullo standard qualitativo fiorentino. Non stupisce quindi la decisione di portare avanti una strategia aziendale suicida per i lavoratori e per la stessa Seves.”

Pietro, sinceramente vi aspettavate questa notizia? E, soprattutto, come sono ora gli umori tra i lavoratori dell’azienda?

“Non ce l’aspettavamo, anche se il Verbale d’Accordo del 15 giugno 2009 fa riferimento alla possibilità di <eventuali spostamenti di materiali e/o attrezzature da uno stabilimento all’altro>. Viene da chiedersi come e perché la RSU abbia firmato una cosa del genere…
L’umore è molto basso: non solo sono andati via milioni in strumentazione e materiali necessari a continuare a lavorare, ma si è dimostrata ancora una volta la volontà di non investire nello stabilimento fiorentino. È inutile nascondersi: c’è un clima di sfiducia generale, e la gente è arresa, la frase che sento dire più spesso è <Oramai che possiamo fare? Tanto siamo in cassa integrazione e tra pochissimo ci manderanno tutti a casa definitivamente>.

Leonardo, mi è sembrato che con l’aggravarsi della situazione sia tornata un’effettiva volontà delle istituzioni di dialogare con voi. Forse però le sorti della Seves sono state trascurate un po’ troppo a lungo: sbaglio? E quali sono ora i rapporti con le istituzioni?

“Ci sono gravi colpe di tutte le istituzioni, per aver troppo a lungo dimenticato un’azienda così importante per Firenze, “fiore all’occhiello” della nostra produzione, come tu dicevi. Sembra che a Regione, Provincia e Comune non importi niente; comunque, anche se la Regione avesse stanziato i fondi comunitari, non avrebbe avuto molto senso. Il problema principale sono le finanziarie, che non solo hanno preso tutti gli utili, ma anche (immagino) i soldi destinati alle 3800 ore di formazione in azienda. Adesso stiamo cercando di ricucire il dialogo con le istituzioni, partendo dai quartieri (Il Q5 ha organizzato due settimane fa un incontro dal tema “Lavoro e Sviluppo”, incentrato sul destino della Seves; il Q1 ha presentato l’8 aprile una mozione in sostegno ai lavoratori precari, ringraziando pubblicamente i lavoratori Seves come ispiratori della mozione, NdA). Non ci precludiamo di parlare con nessuna istituzione né partito, ci interessa dialogare con chiunque dimostri di avere veramente a cuore il futuro dell’azienda e, soprattutto, dei suoi lavoratori”

Quindi, cosa consigliereste all’azienda e alle istituzioni per salvaguardare Seves Firenze e i suoi lavoratori?
“Noi chiediamo solamente che il lavoro torni ad essere tutelato, così come afferma la stessa Costituzione. I lavoratori di Seves sarebbero disposti anche a lavorare un intero anno senza ferie, se sapessero di essere tutelati da una proprietà competente, realmente interessata a investire su un’azienda che, ripetiamo, continua ad essere un gioiello, macchiato da colpe non sue e da una crisi che non c’è. Evitando di mandare a casa i dipendenti e distruggere, economicamente e moralmente, intere famiglie”

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