18 dicembre 2018

Seves, finta crisi sulla pelle dei lavoratori

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di Duccio Tronci

Per i lavoratori della Seves è tutto in stand-by. Le ultime trattative
fra l’azienda produttrice di mattoni in vetrocemento, i sindacati e le
istituzioni per salvare il posto di lavoro alle 173 persone impiegate nello
stabilimento di Castello – 110 delle quali sono già in cassa integrazione
– all’apparenza sembrano portare qualche spiraglio di luce. Seves si è
impegnata a far ripartire entro novembre – anziché nel 2010 come annunciato
precedentemente – il forno dello stabilimento fiorentino, senza
il quale, una volta smaltito il materiale in magazzino, non ci sarebbe più
bisogno degli operai. L’apertura non lascia però tranquilli i dipendenti:
l’azienda da diversi mesi mostra evidenti titubanze. L’altalenante disponibilità
a riaprire il forno, infatti, è strettamente legata alla delocalizzazione
del lavoro in Repubblica Ceca. Proprio per questo la società ha
cessato le attività produttive in altre fabbriche europee. E in questa logica
è stata penalizzato anche lo stabilimento di Firenze, fiore all’occhiello
della produzione di qualità, considerato uno dei più redditizi nel settore.
Eppure, nonostante la crisi, Seves continua a produrre utili.
Ma quali sono allora le ragioni che potrebbero consigliare un’azienda
a chiudere e licenziare? Alcuni sindacati denunciano che il problema è
costituito dalla pessima situazione delle tre finanziarie legate al gruppo
– Vestar, Ergon e Athena – che devono ripianare i loro debiti con le banche.
Per loro l’unico modo per far cassa è quello di chiudere lo stabilimento,
lasciando per strada 173 persone. Vengono fuori in questo modo
tutte le negatività di un sistema economico-finanziario buono soltanto
per chi specula, sicuramente inadeguato per salvaguardare i posti di lavoro,
ma anche per il buon imprenditore.
Avrebbe dovuto suscitare più di un sospetto l’osservazione formulata
da Seves nel piano strutturale di Palazzo Vecchio – poi fortunatamente
naufragato a pochi giorni dallo scioglimento del Consiglio Comunale
– in cui si ipotizzava la modifica della destinazione d’uso proprio degli
immobili di via Giuliani. In questo modo la proprietà avrebbe potuto
trarre maggiori ricavi da un’eventuale vendita per la cessazione dello
stabilimento fiorentino.
Il caso Seves fa dunque riflettere sulla necessità che le amministrazioni
locali possiedano gli strumenti per vigilare seriamente sulle multinazionali
e scongiurare così intenzioni speculative sul territorio ed i suoi
cittadini.

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