14 novembre 2018

Sequestrati dentro lo stadio. L'Italia come il Cile, grazie a Maroni

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Angelo Mastrandrea da il manifesto

Non c’era nessun Ivan il terribile, ieri nello stadio di Catania. A dirla tutta, e tutto ciò che accadeva si svolgeva a porte chiuse. Come nei peggiori rovesci delle democrazie, come se la consuetudine di escludere i giornalisti non bastasse a cancellare quanto stava accadendo dalle cronache, questa volta non era consentito l’ingresso nemmeno all’Unhcr, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati. Come se, oltre agli spettatori, fosse tenuto fuori anche l’arbitro. Era accaduto in Libia qualche mese orsono e il mondo aveva giustamente condannato. Si è ripetuto ieri in Italia, ed è bene non tacere.La maggior parte dei migranti avevano dichiarato all’arrivo di essere palestinesi, prima di essere sequestrati dalle nostre autorità. Improbabile, visto che dalla prigione Palestina oggi è praticamente impossibile fuggire. Ma il punto non è questo. Semmai si tratta di capire cosa si nasconda dietro quelle porte chiuse: la paura che la tolleranza zero fosse messa in discussione da qualche doverosa richiesta di asilo politico che avrebbe allungato i tempi dell’espulsione e dall’impossibilità di mandar via quei 48 che non avevano ancora raggiunto la maggiore età, l’esigenza di dimostrare che gli immigrati non sbarcano più sulle nostre coste come quando al potere c’era qualcun altro, non ultimo un malcelato fastidio per le regole della democrazia.Al termine di una giornata che nessuno potrà raccontare con dovizia di particolari, in 68 sono stati messi su un aereo e spediti in Egitto. Non è un caso ma l’esecuzione di una volontà politica, se è vero che meno di un mese fa la stessa sorte, e negli stessi tempi, è toccata a un altro pugno di «palestinesi» sorprendentemente sbarcati sulle coste laziali. Non sapremo mai quanti fra loro fossero davvero aspiranti profughi e quali storie si portassero dietro, solo gli attivisti di Fortress Europe pazientemente cercheranno di associare un volto e un nome a quei numeri. Sappiamo invece chi è l’artefice di tutto ciò. Si chiama Roberto Maroni, fa il ministro dell’Interno e nel tempo libero suona l’organo Hammond in una band della sua città. Se oggi l’Italia è un paese aperto a tanti Ivan il terribile che nemmeno parlano serbo e chiuso al mondo è soprattutto colpa sua e del governo che rappresenta. Non sarebbe il caso di rimpatriarlo a Varese?

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