Separati in casa, uniti al lavoro

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La parola d’ordine è ‘non disturbare i manovratori’. Che con umiltà e operosità da manovali si sono rimboccati le maniche per dare una piattaforma minima e una struttura agile di coordinamento al movimento italiano di opposizione al neo-liberismo finanziario. Anzi, alle due anime più riconoscibili ma anche più eterogenee del movimento: la rete di Lilliput e i Social forum, che hanno vissuto, nei mesi successivi a Genova, una sorta di separazione consensuale ‘in casa’.

La domanda nasce innocente: perché non arrivare a Porto Alegre, II Forum sociale mondiale, tavolo strategico di tutte le battaglie future contro la globalizzazione, con una delegazione unica delle realtà sociali italiane? A Genova stavano tutti insieme, laici e credenti, associazioni storiche e gruppi spontanei, gruppi del commercio equo e solidale e disobbedienti, nonviolenti assoluti e ‘cosi’ cosi’’. Si erano stretti intorno a un patto di lavoro, pochi punti minimi nei quali si potessero riconoscere tutti. Questa unità era stata la forza del Genoa social forum, che aveva convinto e portato all’adesione le altri reti solidaristiche europee e mondiali. E non solo: era riuscito a smascherare il vuoto di idee e di proposte degli otto grandi, canzonando a una voce il ‘re nudo’, forte solo della propria violenza.

A Genova però, sotto i colpi dei manganelli, qualcosa si è spezzato: nell’eccesso di protagonismo senza delega di alcuni, nell’esigenza assoluta di ragionamento di altri che avrebbe impedito, tuttavia, la necessaria immediatezza della reazione. Oggi è venuto il tempo delle proposte, dei contenuti. L’identità lillipuziana da un lato, nata da un’intuizione del missionario comboniano Alex Zanotelli, impegnata, con le persone e i gruppi di base che la compongono, nel cambiamento degli stili di vita e di consumo, dall’altro i ‘figli primogeniti’ dei Social forum, eredi diretti del tavolo di Genova, più portati, come grandi associazioni, sindacati e ong federate, all’azione diretta di contestazione al sistema: entrambe si sono dispiegate, ampie nelle loro ricchezze, ma anche orgogliose delle proprie caratteristiche. Talmente orgogliose da fissare addirittura negli stessi giorni le rispettive assemblee nazionali, strappo sanato in zona ‘Casarini’ con uno scambio di delegati e di interventi.

E se domani…

A Roma i Social Forum hanno cominciato a costruire un nuovo patto di lavoro, sotto l’egida un po’ ingombrante dei leaders ‘di repertorio’: da Agnoletto all’ex tuta bianca Casarini, più interessato a polemizzare con Veltroni che a proporre qualcosa di suo, da Bernocchi dei Cobas all’europarlamentare pacifista Luisa Morgantini di ritorno dai territori occupati, da Legambiente all’Arci. Voglia di primogenitura, di ‘naturale legittimazione’ del Social Forum italiano come interlocutore privilegiato, secondo alcuni unico, al tavolo del Forum mondiale. Alla ‘frotta degli ultimi arrivati’, a chi sembra scoprirsi anti-global solo per calcolo di bottega, vengono poste due discriminanti chiare: il liberismo è il nemico da combattere senza esclusione di colpi, scorciatoie o mediazioni e la guerra è la spada della globalizzazione liberista, non può essere mai giusta, dunque va ripudiata.

Eppure, più che le ‘stelle’, ha brillato il lavoro dei forum territoriali e dei gruppi di lavoro, che in questi mesi hanno macinato, nell’ombra, più di un successo organizzativo e politico: dalla massiccia partecipazione alla marcia Perugia-Assisi, alla manifestazione di Roma contro la guerra, alla nuova contestazione, sempre a Roma, della legge Bossi-Fini sull’immigrazione che ha portato in piazza più di 250mila persone. I Forum lavorano sulle cose, senza sottoporre restrizioni in accesso ad alcuno che voglia aggregarsi sulle singole iniziative: succede così che le reti locali di Lilliput lavorino, gomito a gomito, con i disobbedienti e gli ambientalisti, i sindacati e i politici locali. “Piantiamola con la distinzione tra mobilitazioni e contenuti -ha chiesto dunque Raffaella Bolini dell’Arci- perché i contenuti emergono con le azioni, facendo cose. Siamo un movimento di autoeducazione popolare per la mobilitazione: solo così riusciremo a recuperare, come è necessario, gruppi e soggetti che dopo Genova abbiamo perso”.

Un successo ‘di scala’
La felice esperienza dei gruppi territoriali ha portato anche la Rete di Lilliput a strutturarsi, nel suo primo modello sperimentale d’organizzazione, in nodi territoriali, impegnati in specifici gruppi di lavoro che hanno nell’assemblea nazionale il loro punto unificante.

Un ruolo di ‘garanzia’ è stato affidato al Tavolo intercampagne, cioè quel luogo politico in cui si confrontano tutti i responsabili delle azioni di boicottaggio e di resistenza civile, per sviluppare pensiero della resistenza. E proprio dal tavolo è arrivato un monito significativo. Francesco Gesualdi, allievo di don Lorenzo Milani e oggi responsabile del Centro nuovo modello di sviluppo che studia i comportamenti produttivi e sindacali delle aziende, introducendo i lavori dell’assemblea della Rete ha messo un po’ il dito nella smagliatura: “La Rete di Lilliput è nata per tentare di consentire a centinaia di gruppi di tenersi per mano -ha ricordato- per ottenere maggiore visibilità e un maggiore impatto del nostro lavoro che è fatto di piccoli gesti. A livello locale siamo riusciti a raggiungere in nostri obiettivi senza grandi strutture organizzative. I problemi sono arrivati quando ci siamo mossi a livello nazionale”. Quali attività svolgere territorialmente, che ruolo politico avere, come rapportarsi con il potere, se in un’ottica contrattuale o di denuncia: queste sono soltanto alcune questioni sul piatto. Ma tra le altre, ha proseguito Gesualdi, non è secondaria quella dei rapporti con gli altri soggetti del “movimento”, come i Social Forum o Attac: “Quanto è importante -ha domandato agli altri lillipuziani- che il nostro cammino si unisca ad altri e quali sono i tratti irrinunciabili della Rete?”.
I cantieri sono aperti, i lavori in corso, anche perché il 2002 pone ai movimenti scadenze alle quali non si può arrivare divisi o con le idee confuse. Dopo Porto Alegre, si terranno in marzo la Conferenza delle Nazioni Unite su Finanza per lo Sviluppo a Monterrey (Messico), il summit sulla sicurezza alimentare promosso dalla FAO in giugno a Roma, il Summit Mondiale delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile “Rio +10” a Johannesburg a fine agosto. Senza dimenticare che, sia per Lilliput sia per i Social Forum, continua, sul fronte interno, l’opposizione alla guerra e alle politiche neoliberiste del Governo italiano in materia di lavoro, di sanità e di libera circolazione dei migranti. “Ancora una volta, la voglia di agire concretamente per un cambiamento globale dal basso terrà uniti i nostri percorsi individuali e di gruppo per la costruzione di un mondo diverso”, hanno assicurato i lillipuziani.

E, anche se a Porto Alegre si marcerà ancora divisi, c’è la fiducia, con il vecchio slogan sindacale, che si continui a colpire uniti, sperando di rincontrarsi in strada e di non perdersi più di vista.

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