Se sul banco degli imputati c’è la Firenze della pace

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di Enzo Mazzi

C’ero anch’io quel 13 maggio 1999 davanti al Consolato USA sui lungarni a Firenze a manifestare pacificamente contro l’inizio dei bombardamenti sulla Serbia. E ci sarò domani al processo di appello contro i tredici pacifisti con cui condividevo la protesta e che furono condannati il 28 gennaio 2008, in prima istanza, a ben sette anni di reclusione.
C’ero e mi sento in colpa. Non per aver partecipato al dissenso. Lo rifarei cento volte.

Non va dimenticato che i bombardamenti furono decisi al termine delle trattative tra NATO e Federazione Jugoslava, nel febbraio 1999, al castello di Rambouillet. I giochi erano già fatti prima di cominciare. Gli Stati Uniti pongono a Belgrado un ultimatum irricevibile col quale, di fatto, le milizie NATO avrebbero pieni poteri in tutto il paese.

Lo denunciò Lamberto Dini, ministro degli esteri, dicendo pubblicamente: io a Rambouillet c’ero e devo testimoniare che la NATO non volle risolvere pacificamente il problema umanitario (La Repubblica, 10 aprile 1999). Lo stesso Henry Kissinger dichiarerà: “Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe NATO in tutta la Jugoslavia, era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento” (Daily Telegraph, 28 giugno 1999).

“Durante i tre mesi di bombardamenti, sono stati uccisi 2.500 civili, 89 bambini, 12.500 feriti. Più i morti di leucemia per le radiazioni delle bombe ad uranio impoverito”. Queste le parole di Boris Tadic davanti al Consiglio di Sicurezza della Nato, denunciando che i 2.300 attacchi aerei hanno distrutto 148 abitazioni, 62 ponti, 300 scuole, 13 dei maggiori ospedali del paese, 176 monumenti di interesse culturale e artistico. I micidiali bombardamenti furono, da molti analisti insospettabili e dallo stesso Vaticano, ritenuti contrari alla Costituzione italiana, allo statuto dell’ONU e perfino a quello della NATO, inefficaci per fermare la pulizia etnica e anzi controproducenti.

Mi sento in colpa come mi accade ogni volta che una persona cara viene falciata mentre io resto in vita. Mi sento in colpa per le manganellate che ho schivato e sono finite sulla testa di Mario, il compagno accanto; per il calcio del fucile che invece di colpire me ha colpito Anna (si chiamava così mi sembra), la ragazza che ha rischiato di rimetterci un occhio; per l’ostacolo che con la mia fuga scomposta ho creato alla fuga di Antonio, Giulio, Loretta e tanti altri contusi; per non essere fra i processati pur avendo fatto le stesse cose che hanno fatto loro, forse solo fuggendo più in fretta.

La manifestazione esprimeva in modo assolutamente pacifico, possiamo testimoniarlo in tanti, non erano presenti Black Bloc né altri provocatori, l’anima profonda di una città che ha avuto la fortuna o la grazia di essere illuminata da grandi fari della cultura e della civiltà della pace. Ne ricordo solo alcuni. Elio Gabbuggiani, il sindaco del Convegno, nel ’79, sul dissenso nei paesi dell’Est per una scelta di pace che gli costò molte e aspre critiche e rotture; padre Ernesto Balducci condannato penalmente in appello e Cassazione negli anni ’60 per aver difeso gli obiettori di coscienza al servizio militare, don Lorenzo Milani anch’egli per gli stessi motivi condannato penalmente in appello addirittura dopo la morte, Giorgio La Pira la cui carriera politica fu stroncata dal suo dissenso verso la guerra in Vietnam e dall’impegno per “la germinazione fiorentina dell’obiezione di coscienza radicale alla guerra”, Enzo Enriques Agnoletti, vicesindaco di La Pira, partecipe attivo della politica pacifista contro la cultura di guerra con gravi conseguenze per la sua vita politica.

E’ tutta questa Firenze che sederà ancora una volta nel banco degli imputati e sarà processata il 5 novembre. Non è un processo a tredici scalmanati, ma all’anima pacifista della città.
Lo testimonia anche l’appello sottoscritto da molti, gente comune, politici, intellettuali. Non trovo la firma del nostro sindaco. La Pira, a cui Renzi dice meritoriamente d’ispirarsi, sono certo che avrebbe espresso una qualche forma di solidarietà verso gl’imputati, come fece verso il primo obiettore di coscienza, Giuseppe Gozzini, condannato al carcere, o quando il 18 novembre 1961 organizzò la proiezione del film di Autant Lara “Tu non uccidere”, vietato dalla censura, finendo per questo lui stesso sotto processo. Prima la pace poi la poltrona.
Firenze non ha da dire e da fare niente di culturalmente un po’ più pregnante e meno ovvio e incolore e asettico che appiattirsi sulla tifoseria politica contrappositiva?

0 Comments

  1. Giancarlo Zani

    Mi spiace molto non aver letto prima la lettera di Enzo Mazzi e di non aver saputo della data del processo per i disordini del 1999 perchè avrei condiviso totalmente le sue affermazioni e avrei partecipato al processo.C’ero anchio davanti all’ambascita USA quel giorno e la polizia non si comportò certamente con gentilezza……Mi sento anchio colpevole di aver partecipato a quei disordini ma sono contento di esserci stato perchè sono convinto di aver dimostrato l’anima profonda del pacifismo fiorentino

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