Scrivere fuori dai margini

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Sono passati dieci anni da quando a Firenze iniziarono ad apparire in strada nuovi venditori di giornali. Erano i senza fissa dimora e non ti fermavano per chiedere l’elemosina ma per proporti un’informazione alternativa su quello che accadeva in città, anche nei settori marginali troppo spesso dimenticati dai media tradizionali. Il giornale si chiamava Fuori Binario, “costa quanto un caffè”, ti dicevano, poi l’offerta era libera, serviva a finanziare la pubblicazione, il resto era per chi lo distribuiva. Oggi se ne stampano da 4mila a 5mila copie, “ma potremmo arrivare a 9mila, se avessimo più distributori” ci dice Maria Pia Passigli, direttore responsabile e animatrice del giornale, con la quale abbiamo ricordato le tappe di questa esperienza.
Un giornale che nasce dentro alla marginalità, e non semplicemente per raccontarla dall’esterno, è una bella sfida. La vera e propria informazione dal basso…
Infatti il nostro giornale è scritto da persone che vivono il disagio sulla propria pelle. Vengono in redazione, portano il loro documento, lo leggiamo, lo discutiamo e lo aggiorniamo, con un lavoro di gruppo che coinvolge tutti. Sono documenti che parlano sia della realtà generale o politica, sia delle loro storie di vita. C’è una potenzialità creativa enorme in queste persone ed il giornale è un mezzo per esprimerla.
Ma è anche una forma di finanziamento che in alcuni casi diventa essenziale per la sopravvivenza in strada.
La difficoltà è la costanza. Chi riesce a stare in strada e lo prende veramente come un lavoro ci tira fuori lo stipendio. La signora della stazione ad esempio, che è una nostra veterana e ha 70 anni, la mattina alle 7 è in stazione e ci resta fino alle 7 di sera. Vende mille giornali al mese. Spesso poi questo piccolo reddito è il primo gradino per rientrare nella “normalità”: un lavoro, una casa…
L’altro grande obiettivo della vostra esperienza è il contatto con la gente, la diffusione di questioni dimenticate, che magari servono a sfatare qualche mito.
E infatti la gente ha risposto bene, anche mandandoci mail, dicendo che con quel distributore ha fatto una bella chiacchierata. Il primo mito che crolla, per esempio, è che si vive in strada per scelta. È assolutamente sbagliato! A meno che per scelta non si intenda una persona che in una situazione familiare drammatica, a un certo punto decide di andare via da casa per scappare dal genitore alcolista che lo picchia. Io questa non la chiamerei una scelta! E chi perde il lavoro a 50 anni e non ce la fa più con l’affitto? La strada non si sceglie, in strada ti ci trovi.
Vivendo in strada, poi, si entra in una specie di circolo vizioso per cui un senza fissa dimora è destinato a rimanere tale.
Il problema è che con la residenza si perdono anche diritti fondamentali, come il libretto sanitario o l’accesso all’ufficio di collocamento. Per questo nel ’95 alcune associazioni proposero alla giunta comunale che le proprie sedi potessero diventare sede di domicilio anagrafico. La proposta venne accettata, ma dietro al documento c’era un timbro: SFD, senza fissa dimora. Era un marchio etichettante ed escludente, e abbiamo dovuto lottare per avere un documento uguale per tutti. Adesso nella nostra sede risiedono 260 persone, ma negli anni sono arrivate quasi a 500. Oltre la residenza nominale, comunque, la redazione diventa per molti un punto importante di riferimento: sanno che lì trovano un luogo fisico che li accoglie e delle persone con cui parlare.
Quali sono i maggiori ostacoli incontrati finora?
Una delle più grandi difficoltà è far prendere in mano a queste persone le lotte che li riguardano. È difficile formare un gruppo di senza dimora che va all’ufficio casa per fare un presidio. La nostra filosofia comunque rimane quella di dare alle persone degli strumenti, e non delle stampelle. Non amo la parola accompagnamento, che molte associazioni usano. Se io ho bisogno di un attrezzo per fare un lavoro voglio quell’attrezzo, non una persona che per fare un’opera buona mi accompagna ad una mensa!

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