Scomodi banchini

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Nelle scuole c’è una buona percentuale di bambini arabi o misti, individuabile da lineamenti, nome e cognome. La “guerra contro il terrorismo” ha causato dei danni a questi nostri figli. Molti di loro ne subiscono le conseguenze: che guardino la televisione o che siano a scuola fra compagni, gli arabi vengono stigmatizzati.
Un ragazzino di prima media è stato escluso dalla propria classe: prima gli hanno scritto sul banco “terrorista”, poi lo hanno preso a pugni. I genitori raccontano che rifiuta di andare a scuola o di studiare.
In un altro caso, una bambina, anch’essa alle medie e molto ben inserita, ha cambiato atteggiamento nei confronti della patria materna: da quando le hanno detto “amica di Bin Laden” si sente in colpa di essere araba. Dovunque infatti, le viene fatto notare che un arabo è un terrorista. La madre fa molta fatica a spiegarle che sono due cose completamente diverse. Dice: “Sono arrabbiata, non so come comportarmi. Vorrei farle capire che gli arabi, prima di tutto, hanno creato una grande cultura, ma lei rifiuta proprio l’argomento”. Continua: ”A scuola è cambiato tutto, a cominciare dagli sguardi delle persone.”
Se questi casi sono comuni, c’è però anche chi lavora perché i bimbi riescano ad integrarsi meglio tra loro. Per esempio, il preside della scuola media Manzoni è molto orgoglioso di collaborare con il centro interculturale Gandhi, dando così ai ragazzi la possibilità di conoscere punti di vista diversi.
Gli educatori all’intercultura intervengono nelle scuole dove ci sono alunni di diverse nazionalità, spiegando con divertimento la cultura dell’altro.
Io stessa ho capito quanto fosse importante questo tipo di attività quando sono stata coinvolta dagli educatori Maurizio Sarcoli e Tiziana Chiappelli del Centro Giufà in una lezione sulle tradizioni marocchine. Una bambina che fino ad allora aveva rifiutato qualsiasi rapporto con gli altri, che non voleva mai parlare né di sé, né del suo paese, nella danza si è sentita protagonista: è stata lei ad insegnare ai compagni. Da allora non ha più avuto timore: ha cominciato a partecipare. Si è finalmente fatta conoscere ed ha portato alla classe delle foto di casa sua.
è chiaro che, se prima questo tipo di attività erano necessarie, adesso sono indispensabili.
È grave che si permetta che un bambino porti stampato in faccia o nel nome una colpa che non ha.

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