18 settembre 2018

Scandalo Tav, i cattivi giornalisti esistono. A Firenze sono quelli di Repubblica

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Leggete questo articolo e anche senza cambiare le imprese. (rc)

di Franca Selvatici per Repubblica Firenze

Cattivi giornalisti. Il 23 settembre 2011 Furio Saraceno, presidente di Nodavia (la società consortile guidata da Coopsette che ha vinto l’appalto del passante Tav di Firenze), è drastico. Quelli di “Repubblica” non li vuole. Saraceno sta organizzando con Busillo di Seli la cerimonia di inaugurazione dello scavo (prevista per l’11 ottobre e poi rinviata sine die). «Ditemi che giornalisti invitate perché… io non voglio invitare, te lo dico, quelli di “Repubblica”. Assolutamente, perché son stronzi, e strumentalizzano, e son quelli che fanno del gran casino, soprattutto a Firenze, e sono dei figli di una mignotta… mi scrivono sempre minchiate… Bisogna cercare di non avere, eh, delle notizie che ci si rivoltano contro. Bisogna anche cercare di chiamare le testate amiche».

Oltre a “Repubblica” «che scrive minchiate», i manager impegnati nei lavori del passante temono i magistrati. Il 17 luglio 2011 Antonio Raschillà di Seli chiama il capo, Aristodemo Busillo e lo avverte: «Molto presumibilmente appena iniziamo a scavare ci fermano… perché non è definito dove dovranno andare le terre di scavo. Questi ci fanno arrivare, ci fanno montare tutto, ci fanno iniziare a scavare, appena mandiamo via il primo treno ci fermeranno… minchia proprio alla grandissima… finir la fresa, arrivare qua, calare la gru, montarla e tutto, minchia, e poi restiamo con il cetriolo in mano, magari ci fermano sei mesi, minchia fra l’altro con 70 persone in cantiere… cioè è un disastro veramente ». Busillo commenta: «Sono pazzi veramente, guarda. Veramente in Italia siamo pazzi».

Peggio ancora a Firenze. Il 20 marzo 2012 Busillo è abbastanza ottimista. E’ convinto che il «benedetto » decreto che definisce «sottoprodotti» le terre di risulta dello scavo passi l’esame del Consiglio di Stato e poi quello della Commissione Europea. Dunque entro pochi mesi i lavori potrebbero partire. Ma c’è anche «la possibilità remota» che il decreto venga bocciato. Vizzino gli fa notare che questa cosa investirebbe non solo il progetto di Firenze ma «tutti i progetti di scavo di gallerie». «In realtà no — osserva Busillo — perché indipendentemente dal decreto Milano sta andando avanti, capito? Il problema che si pone a Firenze è quello, grave, che proprio la collettività osteggia fortemente il progetto. I fiorentini non lo vogliono, non c’è niente da fare».

D’altra parte è lo stesso Busillo a ritenere che Firenze abbia imboccato una strada senza uscita. Lo spiega a un collega il 26 ottobre 2011, illustrandogli le difficoltà incontrate a Firenze: «Serve il decreto che chiamerà il materiale con il nome giusto, rocce e terra provenienti dagli scavi, e quindi l’Enel darà l’autorizzazione allo stoccaggio permanente a Santa Barbara, perché là con quel materiale di Firenze si fanno delle colline che fanno schermo alla cava, e quindi loro (l’Arpat, probabilmente – ndr) dicono che siccome è una sistemazione permanente deve essere trattata con un determinato codice che non esiste, capito? Ma era una evidente azione strumentale per bloccare ‘st’opera. Comunque, se tu vedi, Firenze adesso è smembrata eh, perché la stazione è in stato avanzato, il pozzo di Campo di Marte praticamente è pronto, c’hanno speso un bel po’ di soldi, eh… Io penso che ormai è definito. Questo di Firenze non dovrebbe più tornare indietro».

L’idea che Firenze tema i lavori fatti male non sembra sfiorarlo. Quando un socio Seli esprime l’opinione che la società non possa andare avanti a produrre conci con la fibra matassina «che sappiamo non essere buoni», Busillo si arrabbia: «Anche lui campa nell’altro mondo, nel mondo estero. Questi non hanno mai lavorato in Italia, non sanno proprio che significa. Quelli campano proprio in un mondo che non è il nostro, purtroppo».

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