Saranno famiglia

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Ultimamente si è riacceso il dibattito politico sulle coppie di fatto e sui PACS. Prodi avanza timide promesse e subito il Cardinal Ruini parla di una minaccia per la famiglia.
In tanta confusione, abbiamo cercato un po’ di chiarezza, rivolgendo le nostre domande a chi si confronta davvero e in prima persona con questi temi così importanti e delicati. Mirco Zanaboni è il presidente dell’IREOS di Firenze, associazione che offre supporto alle persone che fanno parte di “minoranze sessuali”.
Innanzitutto, cosa si intende con coppie di fatto?
La definizione si riferisce a quelle coppie che non si istituzionalizzano attraverso il matrimonio. Il matrimonio in Italia è l’unica forma di riconoscimento giuridico tra coppie o comunque tra soggetti di carattere familiare, per cui tutto ciò che rientra in questa forma costituisce una coppia di fatto. Personalmente preferisco considerare famiglia tutti i nuclei in cui ci sia una comunione di solidarietà, di quotidianità, di concretezza, in cui due o più persone decidano di vivere del tempo in comune condividendo un progetto di vita. Considero coppia di fatto, o famiglia, anche una donna sola con il suo bimbo, o, per fare un esempio, coppie di fratelli anziani rimasti soli.
Per le coppie di fatto si discute se introdurre o no i PACS. Ma cosa sono?
Il PACS è un Patto Civile di Solidarietà che si rivolge a tutte quelle coppie, eterosessuali come omosessuali, che non credono nel matrimonio ma vogliono comunque che il loro rapporto goda di alcuni diritti fondamentali che la società riconosce ai coniugi, come il diritto di assistere il proprio compagno/a in caso di malattia, partecipando alle decisioni che riguardano la sua salute e la sua vita, o il diritto di lasciare in eredità i propri beni alla persona con cui si è condivisa l’esistenza. E questo per fare solo alcuni esempi, fra i tanti diritti oggi negati alle coppie non sposate. In Italia in materia di PACS siamo davvero in alto mare. Se ne discute un po’, Prodi fa delle mezze affermazioni e il cardinal Ruini minaccia vendetta, ma al di là delle chiacchiere e controchiacchiere, nessuno ha ancora presentato una proposta concreta sulla quale confrontarsi. Il mio timore è che se ne parli tanto per parlare, per far propaganda da una parte, o dall’altra, peggio ancora, per calmare le acque e dare un “contentino”. Comunque, per chiarirsi, i PACS da soli non bastano, non risolvono affatto tutti i problemi e i bisogni delle coppie di fatto.
Quali sono le difficoltà che i PACS non riescono a superare?
Qui viene la parte delicata e per me più importante. I PACS sono certo un utile strumento per tutti coloro che sentono l’importanza di un riconoscimento istituzionale, però non bisogna dimenticare che non si può parlarne senza mettere in discussione tutto il concetto di “Famiglia”. In Spagna ad esempio questo percorso è stato fatto, si è intrapresa una riforma generale che ha toccato diversi punti del diritto di famiglia, come la genitorialità e l’adozione. In Italia invece non c’è questo atteggiamento di ripensamento generale, e per come stanno le cose, i PACS non cambieranno certo la vita alle persone che vengono qui da me in consultorio. Il mio timore è che i PACS ci portino lontano da una necessità più urgente: quella di un movimento culturale che rivoluzioni le pratiche sociali e di politiche che si facciano promotrici di questo rinnovamento.
Ma in Toscana qualcosa si muove, no?
In Toscana siamo partiti dalla giusta convinzione che i diritti che i PACS riconoscono alle coppie dovrebbero essere per prima cosa riconosciuti all’individuo. Nel novembre 2004, grazie all’impegno dell’avvocato Corrada Giammarinaro, è stata approvata la legge 63, promossa da IREOS, Arcigay, MIT (movimento identità trans) e Agedo (associazione genitori di omosessuali), che, oltre a prevedere norme antidiscriminatorie nei contesti lavorativi, amministrativi e scolastici, riconosce all’individuo il diritto di autodeterminazione della propria identità di genere e del proprio orientamento sessuale, insieme alla possibilità di designare la persona che, in caso di malattia, dovrà provvedere alla sua assistenza. Questa legge dimostra che è possibile ottenere lo stesso risultato riconoscendo certi diritti al singolo individuo piuttosto che alla coppia.
E qual è la tua opinione rispetto al registro comunale per le coppie di fatto?
Già, le persone che vivono insieme da più di un anno possono registrare la propria convivenza all’anagrafe. A Firenze questo registro esiste da dieci anni e si sono iscritte solo due o tre coppie, a Pisa c’è da oltre 20 anni e ce ne sono solo quattro. Ciò dimostra che gli atti burocratici non cambiano la vita delle persone… questo registro non serve praticamente a niente, avulso da ogni realtà ha solo un valore simbolico. E solo simbolico sarà anche il valore dei PACS, se non ci metteremo in testa di cambiare per prima cosa noi stessi e il nostro atteggiamento rispetto alla diversità degli altri.

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