14 novembre 2018

Sapete che c’è? Il cinema lo compriamo noi. In 64 per rilanciare una sala abbandonata

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Sessantaquattro ragazzi rilevano una storica sala di Roma pagando di tasca propria: “Chiuderemo presto? Si vive una sola volta e il settore sta morendo”

di Malcom Pagani per il Fatto Quotidiano

Anche se vernice nera sul volto e sguardo allucinato fanno sembrare il 35enne Cristiano Gerbino, produttore e cinefilo dalle tasche vuote, più simile al Martin Sheen nella foresta di Apocalypse Now che a un manovale, in certe drogherie del Pigneto, la differenza non si nota. Così a Roma Est, a due passi dai bar che furono set di Accattone, nella corona di spine che cinge la città di Dio (Pasolini), i dieci ragazzi che hanno passato un’estate con pennelli e cazzuola in mano per rendere il vecchio Cinema Grauco una sala in grado di accogliere i loro sogni, fanno i conti con la realtà. “Ho comprato un panino, me l’hanno fatto pagare 3 euro, ho protestato e i proprietari della salsamenteria mi hanno detto di non fare cattiva pubblicità con i colleghi, perché lì si servono tutti gli operai del quartiere”.

L’unione fa la (relativa) forza
L’APOLOGO si inscrive in una storia di ordinaria follia. Una vecchia sala d’essai nata nel ‘75 e chiusa nello scorso giugno, schiacciata dalle multiprogrammazioni metropolitane. Un gruppo di registi, sceneggiatori, produttori e montatori usciti in gran parte dal Centro Sperimentale di cinematografia, senza prospettive immediate. Una colletta per rilevare un luogo dove proiettare le visioni più affini alla loro formazione. Meno di un mese e Kino aprirà i battenti. La premessa non offre concrete speranze:“Il nome l’abbiamo preso in prestito da un’impronunciabile cinemino off LichtBlick Kino di Berlino Est”, ma la genesi merita un approfondimento. Seicento euro di quota individuale, zero elemosine dallo Stato: “Consapevoli che Bondi ama l’arte come J. Edgar Hoover adorava rock e comunisti e dopo aver sentito Brunetta chiamarci mendicanti, battere cassa ci sembrava improprio”, un’associazione culturale senza fini di lucro nata sulle ceneri di una decadenza. Trasformarsi in artefici del proprio destino ha richiesto impegno. Un corpo a corpo quotidiano con travi, chiodi e murature “che era inevitabile per contenere i costi, ha cementato l’amicizia tra noi e ci ha divertito come forse nei prossimi mesi non ci accadrà più”. L’ipotesi di aprire uno spazio sembrava dover rimanere sulla carta, invece ce l’hanno fatta. Bellocchio li ha protetti: “Gente volenterosa lasciata allo sbando”: “Quasi un onore, non erano tali Dean, Belushi, Marlon Brando e Dustin Hoffman in un uomo da marciapiede?”, i parenti li hanno diseredati: “Ci hanno dato dei pazzi, affrettandosi a spiegarci che da loro non vedremo un euro”. Qualche visionario li ha invece assecondati, mettendo mano al portafogli: “Ci siamo ritrovati assediati dalle richieste di adesione e a malincuore, qualcuno abbiamo lasciato fuori”. Avevano 40.000 euro scarsi, ora semi evaporati, ma i 64 fondatori (qualche nome noto, da Indigo, Cattleya e Fandango, tutti under 40) non disperano. “ L’atto è simbolico, per chi fa il nostro mestiere, la situazione è disperata. Il Fus viene tagliato, televisioni, esercenti e grandi distribuzioni guardano al cinema di nicchia con orrore, i colleghi spagnoli, francesi e tedeschi girano un film ogni quindici giorni e a Roma, in luogo di una delle ultime sale che proiettava pellicole in lingua originale, hanno impiantato un centro commerciale”.

L’isola che non c’è ha un proiettore
KINO allora diventa qualcosa d’altro. Un’isola, “un posto simbolico per ricominciare”. Una piccola rivoluzione “perché visto che non ci danno lo spazio che vorremmo e invece di parlare internazionale, assistiamo immobili al mesto spettacolo iperprovinciale di un Paese che discute solo in dialetto, quei metri ce li riprendiamo”. Una programmazione che varierà dal documentario alle serie inedite della tv Usa, ma non ricalcherà in alcun modo quella di nessun altro cinema. Tra le quaranta poltrone rosse dell’ex Grauco (un’altra saletta al piano superiore sarà adibita ai corsi di regia), staffette tra esterofilìa, rassegne, retrospettive e qualche ideologica ingenuità come la barra abbassata sulla Coca-Cola. “Porteremo le sorprese dei Festival internazionali che tra un blockbuster e l’altro,in Italia neanche si affacciano, ma ci terremo lontani da un intellettualismo di maniera. Poca Nouvelle vague, divieto di piani sequenza muti e molto cinema contemporaneo americano e sudamericano”. Poi le pellicole che hanno fatto la gioia di Quentin Tarantino “Poliziotteschi e cinema basso anni ‘70” e vino a fiumi, per dimenticare eventuali vuoti in platea. “Prosciutti e Parmigiano reggiano: perché non si è mai capito per quale ragione al cinema debbano avvelenarti per forza”. Se ti guardi intorno, con i martelli nell’angolo, i chiodi arrugginiti per terra, i rotolo di moquette, le vecchie sedie abbandonate negli stanzini e il caos che regna incontrastato, sembra di essere in un’occupazione sessantottina. Ma qui, al potere, c’è una cooperativa. “L’unica ragione per cui avremmo potuto abbandonare il progetto sarebbe stato l’abbraccio con la burocrazia”. Mesi di carte bollate, notai, impedimenti, distinguo. “Ma l’idea originaria: ‘Ce lo apriamo da soli un cinema’, il sincero vaffanculo che a un certo punto ha prevalso sui dubbi, è stato più forte di tutte le difficoltà”. Un videoproiettore Hd che ha visto stagioni migliori, un’approssimazione figlia dell’entusiasmo, Gerbini e i suoi volano alti: “Il Kino sarà un Bunker in cui rifugiarsi dall’epidemia di idiozia diffusa in città, uno spiazzo per la circolazione del pensiero”.

Un esorcismo degno di Friedkin
POI PERÒ evitano di pontificare e sui volti si affaccia il timore del fallimento. Lo esorcizzano, con meno enfasi di William Friedkin. “Abbiamo firmato un contratto di affitto per 12 anni, magari moriremo tra sei mesi, ma non vivremo quest’avventura che ci ha già portato via credibilità, fidanzate e mogli, invano”. Quindi, Kino somiglierà a un involucro senza certezze, a una finestra sul cortile dell’illusione, a un manifesto esistenziale:“Saremo sfacciati, ironici, spietati, cazzoni, maleducati ed eleganti al tempo stesso. Se non basterà, pazienza”. Bussano alla porta. Bollette e pagamenti. Domande. Qualcuno mette mano alle chiavi di casa, altri a scuse fantasiose. Accenni di fuga. Troppo neorealismo suona di anno zero e i mulini a vento rischiano di girare a vuoto. In fondo, ma anche in superficie, i Don Chisciotte di Kino, si trovano esattamente nella terra di mezzo dove tutto è troppo e niente, troppo poco.

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