San Salvi chi può!

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L’area di San Salvi con il grande complesso ex manicomiale ed il suo parco storico, per entità la seconda area verde di Firenze, rappresenta per la collettività un patrimonio di pregio sia storico architettonico che ambientale. Non un’area qualsiasi, ma un bene culturale la cui storia risalente al 1891 è scritta negli edifici, negli alberi e nei boschetti del parco, che la stessa soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici impone per legge di tutelare e salvaguardare «nell’originaria simmetria e unitarietà di concezione» e «nell’articolazione del verde che costituisce il corollario dell’intero complesso di San Salvi, concepita in stretto rapporto con la destinazione delle strutture». Qualità che, dentro il quadrante nord-est di Firenze, concorrono a fare di San Salvi un’occasione unica e irripetibile di riqualificazione dello spazio urbano dotandolo di strutture e spazi in grado di ridare centralità e identità alla comunità di quartiere. Come? Trasformando un’area un tempo chiusa in un’area aperta, attraente e inclusiva, attraverso l’inserimento di una molteplicità di funzioni sociali e culturali che, sommandosi a quelle già esistenti, possono dare vita ad un centro di attivitò innovative integrate nel quartiere, a un nuovo polo civico da inserire nel più ampio circolo delle attività culturali della città, promovendo nel contempo la fruizione ecologico naturalistica di un’area verde di valore, in una zona della città oramai fortemente urbanizzata. Il Piano urbanistico esecutivo di San Salvi, con la variante al Piano regolatore previsto dall’accordo di programma e di prossima approvazione da parte del Consiglio comunale, disconosce totalmente queste istanze di rinnovamento urbano. L’ente pubblico proprietario, l’Asl, avallata dall’amministrazione comunale, concepisce il recupero dell’area in termini puramente tecnico immobiliari da un lato, e dall’altro a predominante utilizzo direzionale e amministrativo, senza reale integrazione con il quartiere, con usi sociali marginali intesi soprattutto a velare la natura affaristica del progetto: in sostanza, numerose residenze private di lusso e una concentrazione di uffici che comporteranno incrementi paurosi di traffico all’interno e all’esterno del complesso, e un utilizzo dell’area discontinuo a scapito di vivibilità e sicurezza. L’intervento snaturerebbe il parco distruggendone l’originaria fruizione pubblica e collettiva, ne comprometterebbe l’unitarietà frantumandola in pertinenze gestionali disomogenee, in palese contrasto con i vincoli sopra richiamati della Soprintendenza. Anche di questo si parla stasera in un’assemblea (ore 21) al Dopolavoro Ferroviario.

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