Rom, senza diritti ovunque. Viaggio a Mitrovica

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Piombo sfuso sui campi rom – di Alberto D’Argenzio (il Manifesto 14-02-2010)Condividi
Oggi alle 10.39
PRISTINA
Avvelenati dai residui industriali, perseguitati dalla polizia, privati di ogni diritto. Viaggio tra i rifugiati di Mitrovica, vittime prima del conflitto serbi-albanesi, poi dell’Europa che li caccia e infine del governo di Pristina che è costretto a riprenderseli
Masuriza ha cinque anni, persi nelle braccia di sua madre. Masuriza ha anche un livello di piombo nel sangue di 55 microgrammi per decilitro (µg/dl), quando il limite massimo consentito per dei bambini è di 10 µg/dl. Oltre c’è un serio rischio di danni al cervello o al sistema nervoso. È il suo caso. «Ha sempre la temperatura alta, ha sofferto otto-nove attacchi, ma i medici non ci aiutano, non vengono fino a qua», si lamenta disperata sua madre Halit, 25 anni e un altro bambino di 3. Qua vuol dire il campo rom di Osterode, Mitrovica Nord, 100 famiglie per 400 persone sparse tra container, ex-capannoni militari e un vecchio edificio che fungeva da base militare francese. Il tutto circondato da filo spinato.
Non è un bel posto, ma c’è di peggio, basta fare una quarantina di metri e si arriva al campo di Cesmin Lug. Qui non ci sono mattoni e container, solo lamiere, teli e pali per ospitare 48 famiglie rom, 209 persone in tutto, moltissimi bambini. Piove e con il cielo plumbeo lo spettacolo è ancora più deprimente. «Qui è peggio non solo per la sistemazione – spiega una funzionaria locale dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati – ma perché manca l’asfalto, il piombo trasportato dal vento non si può lavare dal suolo, come a Osterode, qui rimane al suolo dove giocano i bambini».
Il problema di questi due campi rom, il maggiore dei loro problemi, si staglia massiccio sull’orizzonte, a nemmeno un chilometro di distanza. È una montagna fatta di tonnellate e tonnellate di resti di piombo prodotti nelle ultime decadi dagli impianti di Trepca, uno dei fiori all’occhiello dell’industrializzazione yugoslava. Negli anni Settanta e Ottanta erano oltre 20 mila le persone che estraevano minerali e li lavoravano, ora, dopo che nel 2000 la Kfor chiudeva gran parte degli stabilimenti, sono meno di mille. Si estrae e basta. In regalo è rimasto un impressionante tasso di disoccupazione, peraltro endemico in tutto il paese (sfiora il 50%), e quell’enorme agglomerato di resti di piombo che si abbatte su Mitrovica. Il vento trasporta le particelle contaminando l’intera area cittadina, quella serba e quella albanese. Tra i due litiganti il terzo, i rom, però non gode, anzi ha la peggio, anche a livello di inquinamento.
Soffia il vento, infuriano i veleni
A fine anni Novanta, quando scoppiano le violenze tra albanesi e serbi, la popolazione zigana veniva cacciata dal Roma Mahala, il più grande quartiere rom del Kosovo. Sorgeva a sud del fiume che divide etnicamente la città, nel lato albanese, vi vivevano 6-7 mila persone. Molte sono fuggite in Serbia, Montenegro o Macedonia, altre in Europa occidentale. Per chi è rimasto, i campi: Zitkovac, Kablare, Cesmin Lug, sul lato nord del fiume. Dovevano restarci per una paio di mesi, da allora sono passati più di 10 anni e solo Zitkovac è stato chiuso nel 2006, ma al suo posto era già stato aperto Osterode. Tutti i campi sono stretti a imbuto nella valle che porta alla Trepca, una posizione «strategica», a livello di inquinamento, perché il vento che soffia da nord non ha altra strada che passare su di loro, con il suo carico di particelle di piombo e veleno. Nel 2004 test approfonditi a 74 persone, in gran parte donne e bambini, hanno dato un esito sconcertante: in 44 avevano un livello di piombo nel sangue più di alto di quello rilevabile dalle strumentazioni, ossia oltre i 65 µg/dl. «In 11 anni 98 persone sono morte nei nostri campi – accusa Gushani Skenden, uno dei capi campo – in alcuni casi sappiamo che è stato il piombo, ma i dati delle autopsie sono stati tenuti nascosti. Le donne incinte trasmettono il piombo ai loro bambini, la situazione è terribile». Durante l’età della crescita il metallo si fissa nelle ossa sostituendo il calcio e creando danni devastanti. Ci vuole una terapia di almeno 3 anni per abbassare il livello, ma andrebbe fatta in zone decontaminate.
Il futuro, pure abbandonando i campi, non è comunque senza piombo. Anche il quartiere che stanno costruendo per i rom, il nuovo Roma Mahala, a Mitrovica sud, ha infatti la particolarità di essere sempre sulla linea del vento. Sembrerebbe una maledizione, se non fosse più semplicemente discriminazione, passata, presente e futura.
Un grande senso di insicurezza
A Mahala Roma sono pronti sei dignitosi palazzoni, ma solo in pochi si sono spostati, chi emigra a sud mastica incertezza e tanto senso di insicurezza. «I nostri bambini, che passano dalla zona sud a quella nord per venire a scuola, vengono attaccati, verbalmente e anche fisicamente», accusa una madre. Habib Haidini, responsabile del campo di Osterode, parla anche di pestaggi indiscriminati da parte della polizia kosovara. Il tutto si somma alla mancanza di lavoro e a nessuna garanzia sul fronte dei programmi per il trattamento dell’avvelenamento.
Dal suo ufficio al quinto piano del Palazzo del governo di Pristina, Pleurat Sejdiu, una delle figure di spicco dell’Uck, ex ministro della salute e ora direttore del Dipartimento per l’integrazione nella Ue, nega parte delle accuse: «Non c’è discriminazione e non ci sono violenze. Ormai il paese è sicuro anche per loro, se sono discriminati è perché non trovano occupazione per via della bassa formazione». Ammette però che quello dei campi Rom di Mitrovica è «un buco nero». «Ma è zona serba, il governo non può far nulla».
Come un bidone di benzina
«La situazione è lentamente migliorata negli ultimi anni – puntualizza Francesco Ardisson dell’Acnur – c’è meno violenza nei confronti dei rom, ma il Kosovo è ancora come un bidone di benzina, basta una scintilla per far esplodere le tensioni».
È proprio in questo bidone che vari paesi europei, Germania, Austria, Svezia e Svizzera su tutti, hanno pensato di intensificare nel 2009 e ancor più quest’anno le espulsioni forzate di persone che erano scappate dalla guerra a partire dal 1999. Molti di questi sono rom, anche minori non accompagnati e persone con problemi psichici. Secondo l’Acnur, l’anno scorso sono stati quasi 3 mila i rimpatri, con un incremento del 15%, ma solo in Germania sarebbero, dicono da Berlino, 12 mila i kosovari da espellere, la gran parte in maniera coatta. In un futuro prossimo anche l’Italia finirà con il fare la sua parte, visto lo smantellamento in corso a Roma del Casilino 700 e 900.
Le riammissioni sono d’altronde una delle condizioni chieste dalla Ue per negoziare la liberalizzazione dei visti con Pristina. «Non possiamo rifiutarci – dice Sejdiu a nome del governo – ma non siamo pronti, molte case sono distrutte, chiediamo alla Germania e agli altri paesi di procedere con lentezza e caso per caso».
Uno di questi casi è quello di Turegan Javovic, 22 anni, un figlio di 6 settimane, 14 anni passati a Munster e poi, nel 2005, espulso a forza. Non parla albanese, ma tedesco. Ora con la sua famiglia occupa una stanza nel campo di Osterode. «Appena sono arrivato, a 17 anni, volevo immediatamente ripartire, due miei amici sono riusciti a tornare in Germania, ma io non ce l’ho fatta. Se avessi i soldi ci proverei, ma già facciamo fatica a sopravvivere con 100 euro al mese che ci danno a famiglia. Ogni tanto trovo lavoro, per 5 euro al giorno, ma ora è inverno e non c’è nulla da fare per noi». Nulla da fare, se non respirare piombo. Intanto la Merkel ha fatto sapere, per via ufficiosa, che continuerà con le espulsioni.

di Alberto D’Argenzio, da il Manifesto

PRISTINA – Avvelenati dai residui industriali, perseguitati dalla polizia, privati di ogni diritto. Viaggio tra i rifugiati di Mitrovica, vittime prima del conflitto serbi-albanesi, poi dell’Europa che li caccia e infine del governo di Pristina che è costretto a riprenderseli

Masuriza ha cinque anni, persi nelle braccia di sua madre. Masuriza ha anche un livello di piombo nel sangue di 55 microgrammi per decilitro (µg/dl), quando il limite massimo consentito per dei bambini è di 10 µg/dl. Oltre c’è un serio rischio di danni al cervello o al sistema nervoso. È il suo caso. «Ha sempre la temperatura alta, ha sofferto otto-nove attacchi, ma i medici non ci aiutano, non vengono fino a qua», si lamenta disperata sua madre Halit, 25 anni e un altro bambino di 3. Qua vuol dire il campo rom di Osterode, Mitrovica Nord, 100 famiglie per 400 persone sparse tra container, ex-capannoni militari e un vecchio edificio che fungeva da base militare francese. Il tutto circondato da filo spinato.

Non è un bel posto, ma c’è di peggio, basta fare una quarantina di metri e si arriva al campo di Cesmin Lug. Qui non ci sono mattoni e container, solo lamiere, teli e pali per ospitare 48 famiglie rom, 209 persone in tutto, moltissimi bambini. Piove e con il cielo plumbeo lo spettacolo è ancora più deprimente. «Qui è peggio non solo per la sistemazione – spiega una funzionaria locale dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati – ma perché manca l’asfalto, il piombo trasportato dal vento non si può lavare dal suolo, come a Osterode, qui rimane al suolo dove giocano i bambini».

Il problema di questi due campi rom, il maggiore dei loro problemi, si staglia massiccio sull’orizzonte, a nemmeno un chilometro di distanza. È una montagna fatta di tonnellate e tonnellate di resti di piombo prodotti nelle ultime decadi dagli impianti di Trepca, uno dei fiori all’occhiello dell’industrializzazione yugoslava. Negli anni Settanta e Ottanta erano oltre 20 mila le persone che estraevano minerali e li lavoravano, ora, dopo che nel 2000 la Kfor chiudeva gran parte degli stabilimenti, sono meno di mille. Si estrae e basta. In regalo è rimasto un impressionante tasso di disoccupazione, peraltro endemico in tutto il paese (sfiora il 50%), e quell’enorme agglomerato di resti di piombo che si abbatte su Mitrovica. Il vento trasporta le particelle contaminando l’intera area cittadina, quella serba e quella albanese. Tra i due litiganti il terzo, i rom, però non gode, anzi ha la peggio, anche a livello di inquinamento.

Soffia il vento, infuriano i veleni

A fine anni Novanta, quando scoppiano le violenze tra albanesi e serbi, la popolazione zigana veniva cacciata dal Roma Mahala, il più grande quartiere rom del Kosovo. Sorgeva a sud del fiume che divide etnicamente la città, nel lato albanese, vi vivevano 6-7 mila persone. Molte sono fuggite in Serbia, Montenegro o Macedonia, altre in Europa occidentale. Per chi è rimasto, i campi: Zitkovac, Kablare, Cesmin Lug, sul lato nord del fiume. Dovevano restarci per una paio di mesi, da allora sono passati più di 10 anni e solo Zitkovac è stato chiuso nel 2006, ma al suo posto era già stato aperto Osterode. Tutti i campi sono stretti a imbuto nella valle che porta alla Trepca, una posizione «strategica», a livello di inquinamento, perché il vento che soffia da nord non ha altra strada che passare su di loro, con il suo carico di particelle di piombo e veleno. Nel 2004 test approfonditi a 74 persone, in gran parte donne e bambini, hanno dato un esito sconcertante: in 44 avevano un livello di piombo nel sangue più di alto di quello rilevabile dalle strumentazioni, ossia oltre i 65 µg/dl. «In 11 anni 98 persone sono morte nei nostri campi – accusa Gushani Skenden, uno dei capi campo – in alcuni casi sappiamo che è stato il piombo, ma i dati delle autopsie sono stati tenuti nascosti. Le donne incinte trasmettono il piombo ai loro bambini, la situazione è terribile». Durante l’età della crescita il metallo si fissa nelle ossa sostituendo il calcio e creando danni devastanti. Ci vuole una terapia di almeno 3 anni per abbassare il livello, ma andrebbe fatta in zone decontaminate.

Il futuro, pure abbandonando i campi, non è comunque senza piombo. Anche il quartiere che stanno costruendo per i rom, il nuovo Roma Mahala, a Mitrovica sud, ha infatti la particolarità di essere sempre sulla linea del vento. Sembrerebbe una maledizione, se non fosse più semplicemente discriminazione, passata, presente e futura.

Un grande senso di insicurezza

A Mahala Roma sono pronti sei dignitosi palazzoni, ma solo in pochi si sono spostati, chi emigra a sud mastica incertezza e tanto senso di insicurezza. «I nostri bambini, che passano dalla zona sud a quella nord per venire a scuola, vengono attaccati, verbalmente e anche fisicamente», accusa una madre. Habib Haidini, responsabile del campo di Osterode, parla anche di pestaggi indiscriminati da parte della polizia kosovara. Il tutto si somma alla mancanza di lavoro e a nessuna garanzia sul fronte dei programmi per il trattamento dell’avvelenamento.

Dal suo ufficio al quinto piano del Palazzo del governo di Pristina, Pleurat Sejdiu, una delle figure di spicco dell’Uck, ex ministro della salute e ora direttore del Dipartimento per l’integrazione nella Ue, nega parte delle accuse: «Non c’è discriminazione e non ci sono violenze. Ormai il paese è sicuro anche per loro, se sono discriminati è perché non trovano occupazione per via della bassa formazione». Ammette però che quello dei campi Rom di Mitrovica è «un buco nero». «Ma è zona serba, il governo non può far nulla».

Come un bidone di benzina

«La situazione è lentamente migliorata negli ultimi anni – puntualizza Francesco Ardisson dell’Acnur – c’è meno violenza nei confronti dei rom, ma il Kosovo è ancora come un bidone di benzina, basta una scintilla per far esplodere le tensioni».

È proprio in questo bidone che vari paesi europei, Germania, Austria, Svezia e Svizzera su tutti, hanno pensato di intensificare nel 2009 e ancor più quest’anno le espulsioni forzate di persone che erano scappate dalla guerra a partire dal 1999. Molti di questi sono rom, anche minori non accompagnati e persone con problemi psichici. Secondo l’Acnur, l’anno scorso sono stati quasi 3 mila i rimpatri, con un incremento del 15%, ma solo in Germania sarebbero, dicono da Berlino, 12 mila i kosovari da espellere, la gran parte in maniera coatta. In un futuro prossimo anche l’Italia finirà con il fare la sua parte, visto lo smantellamento in corso a Roma del Casilino 700 e 900.

Le riammissioni sono d’altronde una delle condizioni chieste dalla Ue per negoziare la liberalizzazione dei visti con Pristina. «Non possiamo rifiutarci – dice Sejdiu a nome del governo – ma non siamo pronti, molte case sono distrutte, chiediamo alla Germania e agli altri paesi di procedere con lentezza e caso per caso».

Uno di questi casi è quello di Turegan Javovic, 22 anni, un figlio di 6 settimane, 14 anni passati a Munster e poi, nel 2005, espulso a forza. Non parla albanese, ma tedesco. Ora con la sua famiglia occupa una stanza nel campo di Osterode. «Appena sono arrivato, a 17 anni, volevo immediatamente ripartire, due miei amici sono riusciti a tornare in Germania, ma io non ce l’ho fatta. Se avessi i soldi ci proverei, ma già facciamo fatica a sopravvivere con 100 euro al mese che ci danno a famiglia. Ogni tanto trovo lavoro, per 5 euro al giorno, ma ora è inverno e non c’è nulla da fare per noi». Nulla da fare, se non respirare piombo. Intanto la Merkel ha fatto sapere, per via ufficiosa, che continuerà con le espulsioni.

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