Rivolte, attenti all'uso politico della crisi maghrebina

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di Alessandro Dal Lago per Il Manifesto

I documenti americani pubblicati da Wikileaks sulle politiche migratorie del governo confermano quanto si sapeva da tempo, e cioè che le campagne sulla sicurezza e sui clandestini non sono che una cortina fumogena o un’arma di distrazione di massa a fini elettorali. Da vent’anni i governi di centrodestra e di centrosinistra ci vendono la bufala delle invasioni dal sud, della criminalità in aumento e così via anche per coprire la realtà molto più sordida delle solide (fino a ieri…) relazioni economiche e politiche con le dittature della riva sud del Mediterraneo.

Le armi che stanno uccidendo i libici sono in buona parte prodotte in Italia. Dopo l’infame trattato di “amicizia” tra Italia e Gheddafi (votato a suo tempo anche dal Pd), le esportazioni di armi italiane in Libia hanno toccato più di 200 milioni di Euro e, grazie a Finmeccanica, Agusta, Alenia ecc., si collocano al terzo posto in Europa: elicotteri, motovedette, sistemi missilistici, per non parlare di armi leggere e tutto il resto dell’armamentario di morte. E questo spiega a sufficienza, insieme al petrolio, al gas, all’edilizia ecc, le grottesche affermazioni di Berlusconi sull’amico Gheddafi (da «non disturbare») e le dichiarazioni cerchiobottiste di Frattini, il ministro degli esteri più surreale che si conosca al mondo. Ma spiega anche l’eterno realismo politico del Pd e la sua malcelata volontà, al di là delle polemiche strumentali, di partecipare alla gestione dell’emergenza.

I dittatori del Maghreb sono stati vezzeggiati costantemente dai nostri governanti di centrosinistra e centrodestra. E se Berlusconi ha raggiunto vertici inarrivabili con Gheddafi (baciamano e altre sconcezze), è anche vero che gran parte del ceto politico italiano, chi più chi meno, ha la coda di paglia in tema di Libia. Armi in cambio di quattrini, gas e petrolio in cambio del contenimento dei migranti (oil for people, si potrebbe dire), condiscendenza in cambio di commesse industriali e soprattutto del ruolo di gendarmi giocato da Ben Alì, Gheddafi e soci nel mondo arabo.

Tutte queste alleanze, gestite nello stile opportunistico e doppiogiochista tipico della politica estera italiana, sono saltate. La rivoluzione democratica nel Maghreb e nel vicino oriente spalanca una dimensione delle relazioni internazionali imprevedibile e troppo grande per Papi, Frattini, Bossi e Maroni, gente capace di tutto per mantenersi al potere. Ansiosi di non dispiacere a Gheddafi ieri e di allinearsi oggi alle pressioni americane ed europee davanti alle stragi di Tripoli. Ed ecco le sparate sul fondamentalismo, l’evocazione di Al Quaeda, ma anche l’invocazione di mamma Europa e il solerte arrivo di Frontex , l’agenzia europea sulle nostre coste.

In tutto ciò appare un pericolo enorme. E cioè che, date per perse le fruttuose relazioni con Gheddafi, dittatore agli sgoccioli, il governo italiano sfrutti la crisi libica per un’altra emergenza maiuscola, utilissima a fini interni di consenso, ma anche esterni di sostegno economico da parte di un’Europa impaurita per gli sconvolgimenti che minaccerebbero i suoi confini meridionali. Da dove saltano fuori le cifre di 300.000 clandestini o profughi pronti a invaderci? Per non parlare del milione e mezzo evocato da qualcun altro in vena di fantasie “bibliche”? Non è tutto questo un modo preventivo di lavarsi le mani per ciò che sta accadendo dall’altra parte del mare e, al tempo stesso, assicurarsi un ulteriore consenso tra i connazionali, padani o no che siano? E che significa affidare alle forze armate, e cioè a La Russa, il controllo e l’organizzazione di eventuali centri di internamento per i profughi?

In momenti storici come questo, di fronte a gente che sfida le mitragliatrici e le bombe in nome della libertà, l’imperativo è la solidarietà incondizionata con i popoli. E quindi, per cominciare, il taglio delle relazioni diplomatiche con il regime del massacratore di Tripoli e la denuncia dell’ignobile trattato di amicizia tra Italia e Libia. E poi l’accoglienza di chi fugge dalla guerra e dalla carestia. Tutto il resto, a partire dalle paure evocate ad arte per finire con i traffici a rischio, non è che miseria della politica italiana.

0 Comments

  1. Omero Fontana

    Non condivido affatto. la lettura della crisi nel nord africa è esageratamente in bianco e nero. Tutto in funzione di piccolo cabotaggio interno anti berlusconiano che acceca da ogni valutazione più riflessiva e articolata. Nel tutto il tramestio delle argomentazioni si dimentica un particolare di poco conto che stanno per arrivare nei pressi delle coste libiche le potenti armate americane e nato portatrici, come sappiamo, di libertà nel mondo. Omero Fontana

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