Rita Borsellino: «Senza un'etica coerente non ci libereremo di Berlusconi». Nostra intervista

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Fulvio Turtulici per l’Altracittà

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Lo scontro al vertice delle istituzioni tra Berlusconi e Fini dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, la grave crisi della nostra democrazia, le convergenze e connivenze ormai palesi tra Stato ed antistato, la corruzione politica a livelli da repubblica delle banane, da dittatura asiatica.
Abbiamo intervistato la dottoressa Rita Borsellino, parlamentare europea, sorella di Paolo, magistrato ucciso dalla mafia e dagli apparati deviati dello Stato perché cercò di opporsi a tale deriva; un eroe scomodo per un Paese ufficiale, nel quale la recente uccisione di un sindaco è stata al più presto riavvolta nel silenzio delle ombre, dove un senatore a vita può ricordare con arrogante disprezzo il cittadino Ambrosoli caduto sul fronte della legalità e in cui si definiscono “eroi” gli assassini mafiosi.

Ritiene si possa dire, senza giri di parole, che non siamo più al consueto confronto tra destra e sinistra, ma allo scontro risolutivo tra un’Italia criminale e del reato diffuso ad ogni livello della società (si pensi all’evasione fiscale), rappresentata dalle parti del governo e della maggioranza, e dall’altra parte un’Italia che agisce nella legalità, ma meno supportata da forze politiche incerte e talora invischiate nella corruzione?
Penso che questo modo di vedere lo scenario politico sia eccessivamente semplificativo. E come tutte le semplificazioni, non permette di cogliere quelle sfumature necessarie a comprendere l’attuale situazione. Io sono dell’avviso che la superiorità morale deve essere confermata nei fatti e quindi si debba tradurre in un’etica coerente. Una coerenza che oggi non si trova con facilità tra i partiti italiani. Certo, il centrodestra di Berlusconi e Bossi lavora palesemente alla diffusione di una cultura che, tra le altre cose negative, tende a giustificare e a valorizzare l’illegalità. Penso allo stillicidio di leggi ad personam, a misure come lo scudo per i capitali all’estero, alla giustificazione dell’evasione fiscale, ai continui attacchi alla magistratura, al caso Cosentino. In questo caso, la coerenza c’è, ma è una coerenza rispetto ad una morale “amorale”. Il centrosinistra e, per fortuna, alcune fette del centrodestra fanno quello che dovrebbero fare tutte le forze politiche di un paese democratico: difendere la legalità come valore universale. Il fatto che il valore della legalità sia un elemento di distinguo politico è il segno più evidente della deriva antidemocratica del nostro paese. Ma al di là delle prese di posizione, non posso non rammaricarmi di come, troppo spesso, la morale legalitaria professata venga tradita nei fatti. È anche per questa incoerenza che l’Italia fa fatica a liberarsi del “berlusconismo”. Senza una forte credibilità, non si può costruire una reale alternativa.

Quali sentimenti prova quando pensa, alla luce delle ultime ipotesi investigative, che i burattinai che hanno armato o assecondato gli assassini di suo fratello e del giudice Falcone si possano trovare nello stesso Stato che quegli uomini degni hanno servito?
Più che ipotesi investigative, io parlerei di fatti accertati: dentro lo Stato c’è chi, dopo le stragi del ’92 e del ’93, ha fatto di tutto perché non si scoprisse la verità su quelle tragedie. E non mi riferisco alle oscure trame che a più riprese sono emerse da indagini giudiziarie e inchieste giornalistiche, senza mai trovare conferme definitive. Parlo di fatti concreti e gravissimi, parlo, ad esempio, dei documenti della prima indagine sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, che sono stati lasciati marcire in un deposito dello Stato a Bagheria. Ma parlo anche dei continui e palesi depistaggi contro cui si sono dovuti scontrare i magistrati che a più riprese hanno indagato e stanno indagando su quanto accaduto allora.
Questi sono fatti accertati e pertanto è inevitabile giungere alla conclusione che ci sia uno “Stato” che non vuole arrivare alla verità sulle stragi. Se poi quello stesso “Stato” abbia avuto una parte attiva nelle stragi stesse questo è da vedere, anche se ci sono diversi elementi che lo lasciano immaginare.
Ovviamente, dinanzi a tutto questo, la prima cosa che provo è una forte sensazione di sdegno e rabbia. Ma subito dopo questi sentimenti mi innescano quella coscienza civica che mi da anni mi spinge a lottare per l’affermazione della giustizia e della legalità.

Abbiamo ascoltato le recenti dichiarazioni del Procuratore antimafia Grasso, secondo le quali la stagione delle stragi mafiose, non in Sicilia, ma inopinatamente sul continente e per colpire nel mucchio a fini terroristici, in qualche modo preparava la discesa in campo di un’entità politico-imprenditoriale. Le sembra normale che siano passate quasi sotto silenzio?
Tante cose passano in silenzio nel nostro Paese. E spesso, sono quelle che si avvicinano di più alla verità.

Personalmente provo disagio intellettuale quando sento parlare di “toghe rosse”. Si salverà un paese che digerisce di tali sciocchezze, in cui viene permesso come cosa consueta che un presidente del consiglio, non proprio al di sopra di ogni sospetto, quasi giornalmente attacchi l’azione della magistratura che spesso è l’unica resistenza contro una criminalità in molti casi dominante?
Per fortuna, i magistrati non sono soli. Con loro c’è la maggioranza degli italiani. Per questo, sono fiduciosa sul futuro del Paese.

Non crede che la legge contro il diritto-dovere di informazione e contro le intercettazioni, spesso l’unico mezzo per fronteggiare le organizzazioni criminali che controllano tutto il Mezzogiorno e inquinano e corrompono il resto del Paese, siano una risposta palese del malaffare, che si sente minacciato perfino dal minimo dissenso, perfino dalle più elementari manifestazioni della democrazia e della libertà di opinione?
La proposta di legge sulle intercettazioni è un bavaglio per la libertà d’informazione e un ulteriore freno per le indagini di magistratura e forze dell’ordine, indagini di mafia comprese. La giustizia deve espletarsi nei tempi più rapidi possibili: è questo di cui ha bisogno il Paese, non di una legge del genere, né di tutelare la privacy dei boss. Il Paese ha bisogno di guardare in faccia la verità, non di nasconderla.

Democrazia e libertà sono in pericolo nel nostro paese? Quali speranze si possono dare a chi crede ancora nella giustizia?
Guardi, io da circa vent’anni giro in lungo e in largo il Paese. E in questo lungo viaggio ho incontrato migliaia di persone stupende, dall’altissimo valore civico e dal grande e appassionato impegno, sia esso sociale o politico. Soprattutto, ho incontrato tantissimi giovani che sognano e lavorano per un futuro dove la legalità, il merito, la giustizia sociale siano valori universalmente condivisi e affermati. È in queste persone e in questi giovani che trovo speranza e fiducia nel futuro.

Cosa dicono di noi in Europa e nel mondo?
Noi chi? Degli italiani in generale, sento dire un gran bene. Di qualche italiano in particolare, invece, i giudizi non sono proprio positivi. Del resto, quando il presidente del Consiglio di un paese democratico si genuflette dinanzi a un dittatore, cosa c’è da aspettarsi?

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