25 settembre 2018

Risiera di San Sabba, una memoria scomoda

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“Credo che ogni persona dovrebbe sapere e non dimenticare”. A dirlo, uno dei sopravvissuti della Risiera di San Sabba a Trieste, l’unico lager nazista in Italia munito di forno crematorio. Ma a sessant’anni dalla messa in funzione di questo inferno italiano chi è rimasto a ricordare? In pochi conoscono la tragedia che si è consumata anche nel nostro paese, con l’attiva collaborazione delle autorità fasciste. A San Sabba, tra il 1943 ed il 1945, sono stati eliminati partigiani, ebrei, appartenenti a minoranze etniche. Molti quelli solo “di passaggio”, che in un carro bestiame sono stati spediti nei più crudeli campi di sterminio: Auschwitz, Dachau, Buchenwald. Tutto sotto gli occhi della città. Il campo era infatti ubicato in una fabbrica, conservata oggi come Museo Civico, collocata nella cerchia urbana, nei pressi dello stadio e di alcune osterie, che continuarono tranquillamente a funzionare mentre si consumava il destino di tanti. Una memoria scomoda, questa, non solo per Trieste, ma per tutta l’Italia. Una memoria travolta dall’oblio già nell’immediato dopoguerra, mettendo a tacere le voci dei sopravvissuti, di chi sapeva, inquinando le prove di quanto era accaduto. Per ironia della sorte, è grazie all’ iniziativa della magistratura tedesca se le autorità locali sono state costrette ad affrontare la verità, celebrando con un colpevole ritardo un processo i cui imputati, nel frattempo, erano in gran parte scomparsi.
Un patrimonio storico, umano, sociale e politico che Renato Sarti, quando gli storici triestini Marco Coslovich e Silva Bon gli hanno messo a disposizione le testimonianze dei sopravissuti e le deposizioni dei carnefici, non ha potuto lasciare che si consumasse nell’oblio. Ma il suo lavoro teatrale, che nel titolo “I me ciamava per nome: 44.787” ricorda il tragico sarcasmo di chi ricorda la violenza subita, non è ciò che si può definire”uno spettacolo”. Sarti si è limitato a comunicare, nella maniera più semplice possibile, la vita e la morte che in tre anni sono passati da San Sabba. In scena solo un tavolo, delle sedie ed uno schermo per diapositive. Gli attori principali sono i fatti e le testimonianze, le date e i luoghi, le persone e le loro storie. Una visione “dal basso” e “dal di dentro”, che fa emergere una realtà nuda, non sminuita né alterata da alcun commento. Il lavoro teatrale “I me ciamava per nome: 44.787” è al tempo stesso un dono drammatico e meraviglioso, perché il dolore di una memoria storica, che ancora resiste alle bugie del presente, può, come ha detto lo stesso Sarti, “fare da argine, oggi, contro i nuovi e pericolosissimi fenomeni nazionalistici, razzisti, xenofobi e di pulizia etnica”. Ciò che del passato non viene affrontato, continua a ritornare nel tempo in altre forme, come a voler costringere chi si gira dall’altra parte a reagire, guardando negli occhi la realtà. Affrontare la verità è lacerante, ma lo dobbiamo a chi non c’è più per ricordarcela, e soprattutto a noi stessi, per iniziare a vivere con dignità.
Un pezzo difficile della nostra storia, che sarà in scena al teatro Studio di Scandicci il 28 gennaio, alle ore 21.00. Una serata gratuita per celebrare il giorno della memoria, su iniziativa di tutte le forze politiche del centro-sinistra. Il lavoro teatrale di renato sarti ha ricevuto l’alto patronato del Presidente della Repubblica.

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