Rinascere dalle parole. Mimmo De Simone

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Floriana Pagano per l’Altracittà

“Ergastolo e manicomio giudiziario: due istituzioni da abolire”: questo il tema della serata che si è svolta mercoledì 19 aprile presso il Centro Popolare Autogestito (C.P.A.) di Firenze Sud in collaborazione con la Comunità di Base delle Piagge, Dentro e fuori le mura e Libreria Majakovsij. Durante l’incontro sono stati presentati alcuni testi editi da “Sensibili alle Foglie” e, tra questi, “I due volti dell’innocenza” di Mimmo De Simone.
In sala, insieme all’autore e ai due curatori del libro, Massimo Caponnetto e Anna Maria Sgarra, ci sono Renato Curcio e Don Alessandro Santoro. Ma è Mimmo il vero protagonista della serata; è lui che siamo venuti a conoscere e ad ascoltare: elegante in giacca e camicia chiara, nasconde lo sguardo timido e spaventato dietro grossi occhiali da vista. Davanti a lui, la sala è piena: il pubblico è quello giovane e colorato del C.P.A. ma non solo. Tutti siamo li per sentire la sua storia perché Mimmo è l’uomo che “viene dalla morte”: una vita in cella e quindici anni di Ospedale Psichiatrico Giudiziario (O.P.G.). Ma Mimmo, per fortuna, non ha permesso a nessuno di distruggere “la scintilla, sacra, che è dentro ognuno di noi” e, uscito dall’inferno, è arrivato alle Piagge dove ha conosciuto la Comunità di Base e Don Santoro: una speranza che si riaccende nella sua vita e un’urgenza sempre più forte: raccontare la storia di questa sua vita.
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Così nasce “I due volti dell’innocenza”, un racconto bellissimo che parte con Mimmo ragazzo di Bosco-tre-case in provincia di Napoli, per arrivare a Borgo Allegri: la vita nel quartiere, i suoi codici, le sue regole e poi, le bande, le rapine, il “quotidiano guardie e ladri”: il carcere, la droga “che moltiplica presenze e problemi”, la tragedia, gli ospedali giudiziari.
Così scrive Mimmo:
“Per tanti anni ho fatto il ladro; per scelta o perché mi ci sono trovato non lo so neppure io. Difficile separare gli ingredienti. Certo non lo rinnego. Accettavo anche le pene, le sopportavo. Facevano parte della sfida. La nostra innocenza allora non la determinava il giudizio dei tribunali; la sentivamo nel nostro modo di essere, nella nostra coscienza, nel rispetto del nostro codice. Adesso, invece, per la prima volta, la dovevo urlare. Innocenza di fronte a colpe che non avevano niente a che fare con me, che mi scaraventavano in una terra estranea alla mia storia. E da lì gridavo la mia rivolta”.
Tutto cambia quando in carcere entra la droga. Sono gli anni ’70. Mimmo la disprezza perché per colpa della droga “ho visto cambiare le risate, lo sguardo, l’animo di tante persone a cui tenevo”.
“Il carcere è una società che premia l’esperienza e ad essa si rimette per il mantenimento delle regole, per l’attuazione del suo codice interno. Ma questo codice adesso non vale più per tutti”.
Con la droga che gira, la parola non si rispetta più. Mimmo viene accusato ingiustamente e a tradimento dai suoi stessi amici, dell’omicidio in carcere di Franco. è la tragedia nella tragedia.
Niente sarà più come prima.
“Assassino e infame. Io, Mimmo di Bosco-tre-case, poi Mimmo di Borgo Allegri, questo ero diventato. Identificato in colpe e ruoli che non potevo accettare, che avevo sempre disprezzato, durante tutta la mia vita. Ecco cos’è un incubo: sentirsi cucire addosso panni che non sono i tuoi e che non puoi accettare. E non trovare più nessuno disposto ad ascoltarti. E allora anche il cielo sembra voltarsi dall’altra parte. E il tempo si dilata all’infinito”.
è la strada verso la pazzia, la caduta all’inferno.
“Un argine che si frantuma, e lo spazio che viene occupato da voci, visioni e percezioni. Voci che mi riempivano la mente e che mi imponevano la loro volontà, con ondate di ordini”.
Il tempo che si ferma, le relazioni con il mondo che si interrompono: un “buco nero che assorbe tempo e luce”.
Mimmo è legato al letto di contenzione, poi imboccato dalle guardie, sempre immobilizzato per non fare del male a se stesso e agli altri, con le guardie che lo picchiano e con le voci dentro che non se ne vogliono andare da quel corpo così forte quotidianamente umiliato e ferito.
E così che si arriva a Montelupo Fiorentino, il primo dei vari Ospedali Psichiatrici Giudiziari in cui Mimmo viene rinchiuso; seguono quello di Barcellona Pozzo di Gotto, di Reggio Emilia e ancora Montelupo.
“Un O.P.G. è un posto dove tutto si muove in modo inusuale. Sono movimenti di sfogo, alimentati dalle ossessioni. Una persona dondola il busto avanti e indietro, seduta, con lo sguardo fisso avanti a sé; un’altra cammina in modo frenetico, su e giù, a passi ampi e con la testa bassa; un’altra fuma al ritmo di cinquanta tiri al minuto, sbuffando fuori il fumo e guardandoti fisso. Ci sono quelli che parlano da soli, con le loro litanie di dolore o di rabbia, alternando voce bassa a frasi urlate, altri che camminano e si muovono in modo rallentato, come se stessero finendo l’energia”.
C’è un legame molto forte tra ergastolo a manicomio giudiziario: sono due istituzioni legate indissolubilmente dalla parola “mai”. Sì, perché l’unica cosa certa se sei un ergastolano è che non uscirai mai più dal carcere così come, se sei recluso in un O.P.G., difficilmente riuscirai a staccarti dalle catene della sofferenza psichica. Curcio definisce queste persone dei “reduci di guerra” e ricorda che Franco Basaglia definì quello che succede nei manicomi veri e propri “crimini di pace”.
Dice Mimmo: “non si può cambiare qualcuno umiliandolo. Chi viene come me dalla strada non poteva fare a meno di reagire. Il nostro codice non ammetteva soprusi e ogni reazione portava a trasferimenti, percorsi e denunce e a ogni denuncia la detenzione si allungava. Ricordo anche tanta solidarietà con i detenuti: ci sentivamo tutti sulla stessa barca. Cercavamo di aiutarci il più possibile l’uno con l’altro. Non so se questo accade ancora oggi. Ma so che è indispensabile, se vuoi andare avanti, offrire qualcosa, qualche miglioramento. Se invece tutto si ferma, il carcere continuerà sempre ad essere un inferno”.
Qualcuno domanda “Cosa ha significato per te raccontare questa storia, questa tua verità e a chi vorresti dedicare questo libro?”. E Mimmo, che oggi si sente quasi un uomo libero, legge la sua risposta scritta sul foglio di carta.
“Dicendo la mia verità, ho sciolto la mia rabbia. Parlare è un po’ come vendicarsi nel senso che è un modo per trovare giustizia che ti fa stare bene, cento volte meglio di una vendetta. Io vengo dalla morte perché l’ho vista fino a sentirmela addosso. Poi per qualche motivo, ce l’ho fatta. Oggi sono quasi un uomo libero, con tanti acciacchi e qualche stranezza ma libero. Questo libro lo voglio dedicare a mio padre e mia madre. Quando ero in carcere in venivano a trovare sempre, in qualunque posto stavo. Mia madre si è ammalata per le mie vicende. è questa la vera colpa che mi porto dentro. E poi lo dedico a tutti quelli che non ce l’hanno fatta per suicidio, per follia; per molte strade sono stati annullati, annientati, ritenuti non degni di vivere. Dedico questo libro alla loro memoria”.

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