13 novembre 2018

Rifiuti tossici a Porto Marghera, domande lecite e querele intimidatorie

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bruciati a Porto Marghera nel 1990. A distanza di pochi giorni dalla notizia che la ci pare doveroso portare all’attenzione di tutti il fatto che adesso rischiano pesanti condanne quanti a suo tempo indagarono sulla vicenda Jolly Rosso e denunciarono i silenzi della politica. 

In questi giorni è tornata sulle pagine dei giornali locali (“Gazzettino”, “Nuova Venezia” e “Corriere del Veneto/Corriere della Sera”) una vicenda cominciata nel 1989. Si sta per chiudere un processo contro un giornalista, Riccardo Bocca, autore di un’inchiesta sul traffico nazionale e internazionale di rifiuti tossici, e contro Gianfranco Bettin, che nel suo ruolo di consigliere regionale aveva svolto un’interpellanza proprio sulla base di quell’inchiesta. Alla vigilia della sentenza, Bettin ha scritto una lettera per ricordare pubblicamente in quale situazione si trova per aver svolto un ruolo istituzionale. Da qui un gran numero di articoli e interventi.

Ci è sembrato utile raccogliere quanto si trova in rete, per dare una sintesi della storia di questa vicenda e delle sue conseguenze attuali. La questione è la salute dei cittadini: salute del corpo, ma anche salute dei diritti di cittadinanza. C’è di mezzo infatti, da un lato, il diritto alla trasparenza, alla conoscenza dei dati che ci riguardano; dall’altro, il diritto dei rappresentanti di porre domande e pretendere risposte nelle sedi istituzionali.

1. Da dove cominciare? Da quando il governo italiano, tra la fine del 1988 e i primi del 1989, inviò la nave Jolly Rosso a ritirare in Libano 10mila fusti di rifiuti tossici portati fin lì da un’azienda milanese? Dalle proteste di cittadini e ambientalisti per lo scarico a Porto Marghera di parte di quei veleni? Da quando la nave si arenò in circostanze misteriose sulle coste della Calabria nel dicembre 1990 in un luogo che si sarebbe scoperto pieno di rifiuti tossici? Da un’inchiesta pubblicata dall’“Espresso” nel 2005 in cui si denunciava che quei fusti bruciati in un forno a Porto Marghera nel 1990 avevano prodotto fuoriuscite di uranio? Dalle due interpellanze che ne erano seguite in Parlamento e nel Consiglio regionale Veneto? Dalla querela contro gli autori delle due interpellanze da parte di chi si sentì leso nell’onore? Dalla richiesta di risarcimento di un milione di euro?

E poi, in quale contesto inserire la vicenda? Nel traffico nazionale e internazionale di rifiuti tossici che costò la vita a Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin a Mogadiscio? Nella storia dell’industrializzazione a Porto Marghera e dei suoi effetti sull’ambiente e sulla salute dei cittadini? Nel malfunzionamento della giustizia in Italia? Nel rapporto tra ambientalismo e mondo operaio, e tra città e fabbrica, a Mestre e Marghera?

Cominceremo dall’inchiesta giornalistica del 2005 e dalle due interpellanze parlamentari che ne seguirono, e vedremo questi fatti dal punto di vista delle prerogative di chi è eletto-a in una istituzione rappresentativa.

2. Nel numero del 10 febbraio 2005 dell’“Espresso”, Riccardo Bocca, in un articolo dal titolo Uranio rosso dedicato al traffico illegale e criminale di rifiuti tossici: a) denunciava che il contenuto di fusti speciali trasportati dalla Jolly Rosso era stato bruciato a Porto Marghera, nel forno SG31, dalla società Monteco (Montedison Ecologia), provocando inquinamento radioattivo; b) chiedeva perché Corrado Clini, allora direttore dell’Ulss 36 (poi ministro dell’Ambiente nel Governo Monti, n.d.r), non ne avesse informato gli organi competenti, dal momento che proprio un referto dell’Ulss del 28 febbraio 1990, secondo il giornalista rimasto segreto (nel frattempo Clini aveva lasciato l’incarico dal 10 gennaio), avrebbe attestato l’esistenza di uranio al di sopra dei limiti di legge.

Gianfranco Bettin, consigliere della regione Veneto, presentò un’interrogazione intitolata «Materiale radioattivo bruciato a Porto Marghera, vogliamo la verità!», e ne riprodusse il contenuto sul sito internet del Gruppo consiliare regionale dei Verdi del Veneto in un articolo dal titolo «Avevamo ragione, hanno bruciato uranio a Marghera e hanno mentito». «Bisogna che tutto venga davvero chiarito – dichiarò – e che ognuno si assuma le proprie responsabilità». Luana Zanella, deputato al parlamento, presentò un’analoga interrogazione parlamentare.

I giornali locali, tranne la pagina veneta del “Corriere della Sera”, riportarono la notizia e raccolsero interviste. Clini: a) negò di aver tenuto nascosti i dati sulla salute della popolazione; b) ricordò di essere stato lui a denunciare i casi di tumore al fegato a Marghera alla Procura di Venezia già nel 1981; c) inviò una relazione al Parlamento, in risposta a un’interrogazione parlamentare, sostenendo che le accuse erano infondate; d) querelò Riccardo Bocca, l’on. Zanella e il consigliere regionale Bettin per essere risarcito dei danni materiali e all’immagine subiti dalla «campagna giornalistica […] manifestamente inesatta, infondata e per molti aspetti non veritiera». Un riassunto di queste vicende si trova in una relazione della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati del 2005 all’indirizzo http://www.camera.it/ e in una sentenza della Corte Costituzionale del 2007 all’indirizzo http://www.issirfa.cnr.it/, su cui torneremo più avanti (punti 3 e 4); per le polemiche sulla stampa locale si veda la newsletter n.63 del 2-9 febbraio 2005 dell’Assemblea permanente contro il rischio chimico all’indirizzo http://www.margheraonline.it/.

3. Nel 2005, si riaprivano polemiche del 1989-1990. Nel novembre 1989 l’agenzia d’informazione Coorlach, dopo mesi di denunce, presentò il dossier intitolato “Il rifiuto selvaggio: il traffico dei rifiuti tossici”, che ricostruiva il meccanismo del business internazionale delle esportazioni, del recupero e delle reimportazioni dei rifiuti tossici, tra cui il caso della Jolly Rosso. Fu un’interpellanza parlamentare dell’onorevole Michele Boato a portare alla luce la vicenda (si veda: http://www.albumdivenezia.it/).

Il 18 gennaio 1990 cinquanta lavoratori del Petrolchimico di Porto Marghera inviarono una petizione al servizio medicina del lavoro dell’Ulss 36 per denunciare «l’insostenibile situazione creatasi in seguito alle continue emissioni di fumi e per altre sostanze di origine ignota», e un peggioramento della situazione, sia dentro sia fuori gli impianti, in concomitanza con l’inizio dello smaltimento dei fusti della Jolly Rosso. Ambientalisti e Verdi (all’epoca Bettin era consigliere di Quartiere dei Verdi a Marghera) si mobilitarono per richiedere la verità. Clini inviò un esposto alla Procura di Venezia perché si sarebbe contribuito a «diffondere disinformazione per creare allarme tra la popolazione». L’esposto venne archiviato. Su questo: http://www.margheraonline.it/.

4. In seguito alla querela presentata da Corrado Clini contro l’on Zanella, il 20 aprile 2005 si riunì la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati che, dopo aver esaminato il caso e ascoltato l’interessata, concluse che si trattava «di un episodio totalmente riconducibile alle funzioni parlamentari». Non si doveva discutere chi avesse ragione nel merito – se Clini o «gli esponenti verdi che per quindici anni hanno denunciato irregolarità nel trasporto e nell’incenerimento dei rifiuti» –, si trattava invece di «cogliere l’evidente nesso tra la battaglia politica condotta sul territorio dal movimento ambientalista, i conseguenti sbocchi parlamentari e gli atti di divulgazione sui mass-media». In altre parole, quelle dell’onorevole Zanella erano «opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni», e perciò insindacabili. Le citazioni sono tratte dalla relazione che si legge in http://www.camera.it/.

5. Una volta caduta la querela nei confronti dell’onorevole Zanella, restava in piedi quella contro Gianfranco Bettin, consigliere regionale del Veneto. Il Presidente del Consiglio regionale del Veneto, ritenendo che la causa civile contro un consigliere incidesse «in via diretta sull’autonomia di un consigliere regionale ed in via mediata sulla stessa autonomia costituzionalmente garantita della Regione», invitò la Giunta regionale a rivolgersi alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione. La Regione chiese pertanto alla Corte costituzionale di «estendere al consigliere Bettin le conclusioni cui è pervenuta la Giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati relativamente alle dichiarazioni rese dall’on. Zanella». Il 22 maggio 2007 la Corte Costituzionale esaminò la richiesta e stabilì che la Regione dovesse porre la questione all’apertura effettiva del processo (si veda la già citata sentenza all’indirizzo: http://www.issirfa.cnr.it/).

6. Il processo contro Riccardo Bocca e Gianfranco Bettin si è aperto nel 2010. Da allora la Regione Veneto non ha mai provveduto a sollevare il conflitto di attribuzione, mentre il processo sta arrivando a sentenza. Una lettera aperta di Gianfranco Bettin, del giugno 2013, riporta la vicenda alla ribalta e rende pubblico il risarcimento chiesto da Clini nei suoi confronti: un milione di euro (http://ecovenezia.wordpress.com/). Intervistato, Clini dichiara: a) che quelle di Bettin «non erano rappresentazioni di opinioni politiche, ma accuse molto pesanti su una mia responsabilità diretta su una cosa orribile, in qualche modo legata a fenomeni di criminalità organizzata»; b) che gli accertamenti da lui ordinati quand’era direttore della Ulss 36 avevano concluso che «il tipo di concentrazioni trovate rientrava nel fondo naturale dell’ambiente»; c) che la cosa che gli fa più specie «è che in tutti questi anni non ho mai sentito una parola di scuse da nessuno di loro» (http://www.opzionezero.org/). Replica Bettin: scuse? «Io ho solo difeso la mia città, che rappresentavo come Prosindaco, e la mia regione, da consigliere regionale. Ho chiesto e cercato la verità su cosa avessimo respirato, su cosa sia finito nell’aria, nell’acqua, nella terra intorno a noi. L’ho fatto con atti istituzionali, difendendo, nel contempo, la libertà di informazione e la libertà di espressione» (http://www.venetopiu.com/).

7. È chiaro che va tutelato il diritto alla rispettabilità personale contro le diffamazioni. Ma, come già altri hanno osservato, in questo caso siamo di fronte a una faccenda che riguarda «la pienezza del mandato istituzionale di chi siede in un consiglio regionale o in parlamento, che potrà essere perseguito a colpi di querele milionarie in caso di interrogazioni o interpellanze scomode», con la conseguenza che chi può permettersi studi legali con fior fior di avvocati «rischia di averla vinta» (http://www.huffingtonpost.it/).

L’altra cosa messa gravemente in pericolo è la libertà di stampa e il diritto di critica di tutti i cittadini. «La vicenda – per riprendere la dichiarazione di Articolo 21 – rientra in quel capitolo delle querele temerarie che, ormai, vengono usate come strumento di pressione preventiva, magari non avranno effetto con Bettin, ma comunque serviranno a scoraggiare tanti altri dal seguire le stesse piste» (http://www.articolo21.org/). Tra l’altro, Articolo 21 ha proprio di recente presentato una petizione al parlamento contro quelle che definisce “querele temerarie”; si veda: http://www.fnsi.it/.

Le domande fatte da Bettin e da Riccardo Bocca sono quelle che tantissime persone e movimenti si sono poste nel corso degli anni e continuano a porsi sui rifiuti tossici e sui veleni prodotti e smaltiti a Porto Marghera e sulle conseguenze per la salute degli abitanti: e sono domande che tuttora chiedono risposte ed esigono l’accertamento delle responsabilità. Ne ha scritto in questi giorni anche Antonella Barina, in una lettera aperta a Bettin, Clini e Zaia, pubblicata in varie sedi (ora si legge anche all’indirizzo http://margheraonline.wordpress.com/).

Un’ultima osservazione. Questo è quello che si trova in rete e certo non basta a ricostruire questa vicenda in tutti i dettagli. Inoltre, mentre nel web si trovano piuttosto facilmente notizie sulla querela a Bettin, viceversa niente si viene a sapere sulla querela a Riccardo Bocca: e neppure si trovano attestazioni di solidarietà nei suoi confronti, come invece ci si aspetterebbe visto l’importanza della sua inchiesta giornalistica, visto che qui è messa in discussione la libertà di stampa e di critica. Ci auguriamo che la testata “L’Espresso” abbia offerto al giornalista l’appoggio che la regione Veneto non ha garantito, almeno finora, a Bettin.

E per tutte le persone che non hanno la copertura di una qualche corporazione o apparato? Come redazione del sito di storiAmestre esprimiamo la nostra solidarietà a Bettin, a Bocca e a tutti coloro – molti più di quanti non si pensi, e tra loro alcuni amici di storiAmestre – che in questi anni si sono trovati in simili circostanze.

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