Rifiuti. Perché i cittadini si oppongono agli inceneritori?

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Un italiano in media produce 523 chilogrammi di rifiuti. Nel 1991 ne produceva 350, un aumento del 50% in soli 10 anni. Nello stesso periodo è raddoppiata anche la produzione di rifiuti speciali.
Per alcuni l’aumento dei rifiuti è un indice positivo, perché rappresenta l’espansione dei consumi e quindi lo sviluppo economico. Per altri coincide con l’erosione delle risorse naturali e una fonte di inquinamento; per loro la crescita esponenziale dei rifiuti è un fenomeno di gravità assoluta, dal forte impatto ambientale e che mette a rischio la salute, la sicurezza e il benessere della comunità.
In Italia, negli ultimi anni, un numero crescente di cittadini si è organizzato per una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti. Da Trento ad Acerra, da Augusta a Forlì sono nati gruppi, comitati e movimenti che si oppongono alle scelte degli amministratori, che sempre più spesso decidono di smaltire i rifiuti con il metodo dell’incenerimento.

Il caso fiorentino
Per capirne di più abbiamo scelto di seguire quello che sta avvenendo nella Piana Fiorentina, dove è in corso un acceso dibattito tra cittadinanza e istituzioni locali. Si tratta di un’area geografica vissuta da circa un milione e mezzo di persone, che comprende parte delle province di Firenze e Pistoia e l’intera provincia di Prato. Sono territori non particolarmente virtuosi nella produzione annua di rifiuti. Si va dai 631 chili pro capite di Firenze ai 760 chili di Prato: ben 237 in più della media nazionale.
In Toscana attualmente sono attive 31 discariche che raccolgono oltre un milione di tonnellate di rifiuti all’anno. Alla periferia Ovest di Firenze si trova la grande discarica di Case Passerini. I miasmi che emana sono la condanna per chi abita e lavora nella zona. Nel territorio regionale sono attivi anche nove inceneritori, e i vari piani provinciali dei rifiuti ne prevedono un’altra decina. Tra quelli attivi, due interessano la Piana Fiorentina: quello di Montale, nel pistoiese, e quello di Selvapiana, vicino alla Rufina.

San Donnino. Corsi e ricorsi storici
L’inceneritore per antonomasia è però per tutti quello di San Donnino, che mostra ancora la sua ciminiera alta 60 metri al confine tra Campi Bisenzio e Firenze. Ha bruciato fino al 1986, quando le istituzioni furono obbligate a chiudere l’impianto per motivi igienico-sanitari. Contro l’emissione di diossina si sollevarono infatti i comitati sorti in primo luogo a San Donnino, ma poi anche alle Piagge, a Brozzi, a Sesto Fiorentino, a Calenzano e a San Giorgio a Colonica.
Uno dei portavoce dei Comitati della Piana, l’avvocato Claudio Tamburini, racconta così quegli anni: “Dal 1967, anno della delibera di costruzione, al 1973, anno dell’inaugurazione dell’impianto di San Donnino, il dibattito fu incentrato sulle dichiarazioni tranquillizzanti degli amministratori pubblici. Si parlava dell’inceneritore come di una panacea per l’eliminazione dei rifiuti e si dava poco o scarso rilievo alle ricadute negative per la salute dei cittadini che l’impianto avrebbe provocato. Si diceva che, grazie alle nuove tecnologie impiegate, dalle ciminiere sarebbero usciti solo innocui vapori d’acqua, depurati dalle polveri e dalle sostanze inquinanti.”
Quando i Comitati espressero i primi dubbi sulla salubrità delle ceneri, i Comuni di Firenze e di Campi Bisenzio non trovarono niente di meglio che emettere un comunicato congiunto dove si negava con sicurezza che ai fumi dell’inceneritore ‘si potessero attribuire aumenti di tossicità nell’atmosfera tali da provocare fenomeni mutogeni e cancerogeni’. Era il 10 dicembre 1977.
Oggi, a 20 anni dalla chiusura di San Donnino, la storia si ripete. Gli amministratori delle tre Province e dei Comuni della Piana hanno deciso di costruire un nuovo inceneritore, anzi “un termovalorizzatore di ultima generazione, ovvero non inquinante”.

Quei morti di troppo e i cento medici contro l’inceneritore
Rimaniamo ancora al vecchio inceneritore di San Donnino ed entriamo nel merito della questione. E’ necessaria una verifica a posteriori sugli effetti delle emissioni derivanti dell’incenerimento dei rifiuti. Nell’estate del 2005 sulla rivista medica ‘Epidemiologia e Prevenzione’ è stata pubblicata una ricerca sulla mortalità tra il 1981 e il 2001 nel territorio circostante l’inceneritore, a cura del professor Annibale Biggeri, del Centro per lo Studio e la Prevenzione Oncologica dell’Università di Firenze. E’ una ricerca dai risultati impressionanti. In quel periodo infatti le patologie legate al linfoma non Hodgkin e ai linfomi del rarissimo sarcoma dei tessuti molli hanno colpito ben 14 persone contro le 7,6 attese statisticamente. Tradotto in percentuali significa, per i linfomi, un aumento di rischio di morte dell’84% rispetto a quelle che sarebbero le aspettative suggerite dagli standard europei. Per quanto riguarda il sarcoma, l’aumento calcolato è del 126%.
Sono dati allarmanti, a cui si aggiunge la denuncia, nell’autunno successivo, di oltre cento medici di famiglia che operano nella Piana e presso l’ospedale di Careggi. Abbiamo raccolto la testimonianza di Gianluca Garetti, medico a Peretola. “La Piana è malata, e con essa i suoi abitanti. Riscontriamo un eccesso di malattie del polmone rispetto ad altre aree della provincia di Firenze. Dalla bronchite cronica, all’asma, al cancro, ai linfomi, ai tumori della vescica, del colon, dei sarcomi dei tessuti molli. Inoltre ci sono recenti acquisizioni scientifiche riguardanti l’estrema pericolosità delle nanopolveri, costituite da particelle inorganiche più piccole di 2,5 micron. Quelle stesse nanopolveri – continua Garetti – che non risultano trattenute dai sistemi di filtraggio dei fumi degli inceneritori, anche se di ultima generazione. Il rischio legato all’emissione di sostanze nocive come diossine, polveri fini, metalli pesanti da parte degli inceneritori è alto come alte sono le ricadute negative per le persone che respirano queste sostanze. Per questo ci appelliamo affinché non venga costruito un nuovo inceneritore. Il problema dei rifiuti si può e si deve risolvere senza nuocere alla salute della popolazione, con sistemi alternativi all’incenerimento. Temiamo per la vita dei nostri pazienti – conclude il medico – perché conosciamo la sofferenza legata a queste malattie, spesso mortali.”
Il problema reale sono dunque le “nanoparticelle”, emesse nel processo di incenerimento anche dai termovalorizzatori tecnologicamente avanzati. Una recente ricerca dell’Università belga di Lovanio dimostra come le polveri di 1 micron, se respirate, arrivano nel sangue in soli 60 secondi e raggiungono il fegato in un’ora. Quando si accumulano nell’organismo diventano estremamente tossiche ed è impossibile espellerle. Non sono né biocompatibili, né biodegradabili.

Chi guadagna dalla gestione degli inceneritori? Il caso ASM di Brescia
L’inceneritore di Brescia è un esempio illustre che i sostenitori dell’incenerimento dei rifiuti amano citare. E’ considerato all’avanguardia tecnologica ed è il più grande d’Europa grazie ad una portata di 800 mila tonnellate. Ecco l’estratto di un documento elaborato dai cittadini e dalle associazioni che si sono organizzati per la sua chiusura: “L’inceneritore ASM di Brescia si è rivelato nei fatti una colossale macchina dello spreco, nemica irriducibile di una corretta gestione dei rifiuti. La quantità di rifiuti prodotti è arrivata a livelli inverosimili: nel 2003 siamo diventati la provincia lombarda con il record negativo di rifiuti prodotti; Brescia è una delle città più ‘immondezzaie’ d’Italia e la raccolta differenziata è al penultimo posto della graduatoria regionale.”
Il documento prosegue denunciando il business economico legato all’inceneritore. “L’impianto è una straordinaria macchina per fare soldi, protetta dalla rendita di posizione del sistema tariffario, per cui i cittadini continuano a pagare lo smaltimento anche se non è più un costo ma un utile. Lo Stato infine finanzia gli inceneritori con una norma ingannevole, che considera i rifiuti energia rinnovabile”. Proprio su questo sostegno statale Greenpeace Italia ha lanciato una petizione popolare per chiedere al Parlamento di non incentivare più gli impianti di incenerimento e promuovere invece nuove norme finalizzate alla produzione pulita di materia e al recupero attraverso il riciclaggio e il compostaggio.
Ma torniamo a Brescia e scopriamo chi guadagna dal ciclo di rifiuti, gestito dal Gruppo ASM, società mista pubblico-privata. Per conoscere i nomi degli azionisti ci siamo rivolti all’inizio di dicembre alla Consob, l’autorità di vigilanza sulla Borsa. Nonostante le quote di maggioranza siano nelle mani dei comuni di Brescia e di Bergamo, tra gli azionisti di rilievo troviamo l’Amber Master Found, con sede nel paradiso fiscale della Cayman, ma soprattutto il faccendiere Emilio Gnutti e la holding Fingruppo, quei ‘furbetti del quartierino’ implicati insieme a Fiorani nella scalata alla Banca AntonVeneta, fermata per gravi irregolarità dalla magistratura nelle scorse settimane.

L’alternativa possibile
Quali sono allora le alternative nella gestione dei rifiuti? Sappiamo che le discariche inquinano e sono spesso in mano alle ecomafie mentre gli inceneritori danneggiano la salute delle persone; questi ultimi determinano inoltre uno ‘spazio economico’ dove è necessario bruciare sempre di più in contrasto con qualsiasi strategia di riduzione dei rifiuti.
L’Unione Europea ci dà una prima risposta, definendo la gerarchia degli strumenti utili. Lo smaltimento per incenerimento e in discarica sono all’ultimo posto, molto dopo la riduzione alla sorgente dei rifiuti, il riutilizzo dei prodotti e il riciclaggio, ovvero i cardini della Strategia Rifiuti Zero.
Il chimico Paul Connet, della St. Lawrence University di New York, è uno dei massimi esperti mondiali di emissioni inquinanti da incenerimento. E’ spesso in Italia invitato da istituzioni ma anche dalla società civile. Secondo il professore americano “è necessario compiere grandi sforzi per conservare le risorse e non per distruggerle. I politici che pensano che gli inceneritori siano la soluzione sono politici pigri, senza inventiva, perché chi chiede di scegliere tra il male dell’incenerimento e quello della discarica pone una domanda sbagliata. Dobbiamo invece costruire una società in grado di produrre meno rifiuti e allo stesso tempo riutilizzare e riciclare ciò che consumiamo, e questo processo può avvenire solo se si persegue una Strategia Rifiuti Zero. Si tratta inoltre di una pratica che attiva processi economici locali virtuosi e consente di aumentare i posti di lavoro, mentre al contrario l’uso degli inceneritori deprime le imprese locali, essendo com’è imperniata su modelli industriali estranei e disinteressati alle comunità del territorio”.

I risultati della Strategia Rifiuti Zero: da Treviso a San Francisco, nessuna fermata a Firenze
La Strategia Rifiuti Zero è già applicata in alcuni ambiti territoriali del nostro Paese. Andiamo a conoscere il Consorzio Priula, che serve 250.000 persone in provincia di Treviso. Dal 2001 ha rimosso tutti i cassonetti e consegnato ad ogni famiglia contenitori per effettuare la raccolta differenziata ‘porta a porta’: bidoncino giallo per la carta; blu per il vetro, la plastica e le lattine; contenitore marrone per la frazione umida; sacco bianco per la frazione verde; contenitore verde per il rifiuto secco non riciclabile. Il radicale passaggio alla raccolta ‘porta a porta’ ha permesso il raggiungimento degli obiettivi previsti dal decreto Ronchi. Si è passati dai 451 chilogrammi prodotti a 317 pro capite e ogni famiglia ha pagato 11 euro in meno di tariffa per aver prodotto meno rifiuti.
Troppo piccola l’esperienza trevigiana? Anche nelle grandi città è possibile spingere, e molto, la raccolta differenziata. New York, Canberra, San Francisco hanno scelto di abbandonare l’incenerimento puntando tutto sulla Strategia Rifiuti Zero. Dal 1985 a oggi dei 300 inceneritori già programmati negli Stati uniti ne sono stati costruiti solo 15, e da otto anni non se ne costruiscono più. Prendiamo San Francisco, 800mila abitanti, più pendolari e turisti, esattamente il doppio di Firenze. Grazie ad una nuova normativa che sostiene il riciclaggio, in soli 4 anni (dal 1999 al 2002) la raccolta differenziata è passata dal 42% al 63%. Nello stesso periodo Firenze è passata dal 17% al 27%, e oggi è ferma al 32%.
Nel 2005 l’amministrazione fiorentina è stata sanzionata dalla Regione Toscana con un’ecotassa di ben 550.000 euro per non aver raggiunto il tetto del 35% imposto dalla legge. Mentre San Francisco si pone il raggiungimento dell’obiettivo del 75% per il 2010, il Comune di Firenze, nonostante un assessorato dedicato ai nuovi stili di vita, ha avviato un progetto per il ‘porta a porta’ che coinvolgerà meno dell’1% degli abitanti (circa 3.600 persone). Nel frattempo, insieme ai Comuni della Piana, ha deciso di costruire un nuovo inceneritore, mentre la Provincia ha deliberato il raddoppio della discarica di Firenzuola.

Gli inceneritori e la democrazia
“Stiamo cercando in tutti i modi di sollecitare gli amministratori pubblici a perseguire il bene della nostra comunità”, afferma a conclusione della nostra inchiesta Valeria Nardi, dei Comitati della Piana fiorentina. “Un inceneritore non è necessario, serve piuttosto una maggiore cultura del bene comune, una visione politica che abbia uno sguardo oltre la legislatura, capace di impegnarsi sino in fondo per un sistema che metta al centro i diritti della persona, ad iniziare dal diritto alla salute. Abbiamo manifestato in molti comuni della Piana, sono sorti comitati un po’ ovunque, se informate le persone sono dalla nostra parte, perché capiscono che in gioco c’è la loro vita, per questo rimaniamo colpiti dalla sordità degli amministratori alle ragioni che stanno alla base della Strategia Rifiuti Zero. E’ come se esistesse un solco profondo tra le ragioni del buon senso e quelle della politica. In questo modo gli inceneritori uccidono anche la democrazia.”

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