20 settembre 2018

Ricordando Ivan Illich no global ante litteram

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All’Istituto Stensen di Firenze, amici e studiosi hanno ricordato l’intellettuale morto il 2 dicembre scorso nella sua casa di Brema in Germania.
Ivan Illich è una di quelle persone che non si possono definire con una parola. Lo hanno chiamato sociologo, economista, anarchico, critico sociale, filosofo, storico. Non abbastanza conosciuto rispetto alla profondità del suo pensiero e all’intelligenza delle sue provocatorie analisi, ha trattato e anticipato molti temi adesso cari al popolo cosiddetto no global.
Alla base di ogni sua riflessione c’è il verbo dubitare: Illich pone in discussione molte certezze accettate come naturali e inevitabili. Nel corso della sua vita ha passato in rassegna molte istituzioni (da lui definite “strumenti”) per analizzare se aiutassero o ostacolassero la felicità dell’uomo. Spesso la risposta a queste domande si è trasformata in una critica radicale alla modernità e al progresso.
E così il sistema scolastico, secondo Illich, non istruisce ma produce la paralisi dell’apprendimento e limita la creatività dei bambini (Descolarizzare la società, 1971). La medicina moderna invece di curare rappresenta una minaccia per la salute a causa di terapie menomanti e interventi che privano il paziente del controllo sul proprio corpo (Nemesi medica, 1976).
Il sistema dei trasporti invece di facilitare ostacola la mobilità (Energia, velocità e giustizia sociale, 1974).
La società dei consumi crea una serie di bisogni falsi e artificiali peggiorando la qualità della vita (Per una storia dei bisogni, 1981).
La Chiesa è una struttura organizzata che ha perso la sua morale. Illich, che era stato prete e aveva poi abbandonato il sacerdozio ma non la fede cristiana, sintetizza così le sue idee in proposito: “La storia della modernità è la storia del fallimento della Chiesa”. Più in generale Illich sostiene che le istituzioni, superata una certa soglia, diventano controproducenti e rendono l’uomo dipendente da strutture che non è in grado di controllare (Rovesciare le istituzioni, 1973).
La sua vita è stata coerente con il suo pensiero fino alle estreme conseguenze: malato di un tumore che gli sfigurava il viso ha sempre rifiutato la medicina tradizionale, curandosi con farmaci naturali e limitandosi a fumare l’oppio per lenire il dolore.
A fronte di tesi così corrosive, Illich propone l’alternativa della cosiddetta società conviviale, basata non sul profitto e l’accelerazione tecnologica ma sulla creatività e sulla dignità umana, dove le istituzioni generano efficienza senza ridurre l’autonomia degli individui (La convivialità, 1974).
Ivan Illich ha lottato tutta la vita per criticare e cambiare la nostra società e pensarne una migliore.
L’insegnamento che ha lasciato è semplice e attuale: un altro mondo è possibile.

di Andrea Mugnaini

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