15 dicembre 2018

Ricordando Fabrizio alle Piagge

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Riceviamo a qualche tempo dall’evento e più che volentieri pubblichiamo

Arrivando alle Piagge mi sono ritrovata in uno spazio e in un luogo “a parte”, un’oasi colorata ed “altra” fra i palazzoni del quartiere; all’ingresso una struttura in legno all’interno della quale si vendono libri, cd, pasta biologica ed altro ancora, all’esterno una bancarella con foto delle attività svolte alle Piagge, altre che vendono libri usati e distributori di materiale informativo, compreso il giornale prodotto direttamente dalla comunità, “l’altracittà – giornale della periferia”.
Sono in anticipo per cui giro un po’ per il cortile, dove gruppetti di gente chiacchiera e volontari iniziano a sistemare le sedie, per l’incontro del pomeriggio, in uno spiazzo sotto gli alberi, quello che verrà poi definito come l’unico punto di frescura in una firenze piena di calura. Pian piano la gente arriva ed inizia a sistemarsi, mentre alcuni volontari offrono bicchieri di te rinfrescante ai presenti.
Il pomeriggio prevede gli interventi dei partecipanti; un gruppo di ragazzi ha anche distribuito al pubblico un ciclostile con i testi di 5-6 canzoni di De Andrè, per cui fra un intervento e l’altro, è bello ritrovarsi a cantare tutti insieme le canzoni più famose, da via del campo al pescatore, da la ballata del michè a una storia sbagliata.
Prende la parola Don Santoro che si dice contento, dopo 15 anni che si trova qui, di poter regalare a quelli della comunità ed a tutti quelli che con loro hanno camminato, un pomeriggio come questo. Afferma che quando gli chiedono chi è lui, risponde come risponde anche Alex Zanotelli “io sono il volto delle persone che ho incontrato tutti i giorni, non sono altro e non riesco ad essere altro”. Vorrebbe che la giornata di oggi, partendo da De Andrè, ci consentisse di ascoltare alcuni testimoni di questo tempo e ci facesse avere la voglia di incontrare la comunità, questo pezzetto di città che sta cercando di camminare “in direzione ostinata e contraria”, concetto su cui tornerà spesso nel corso del pomeriggio. Tante volte, ad andare in direzione ostinata e contraria, però, ci si sente parecchio soli e questa solitudine rischia di farti accettare le lusinghe perverse che il mondo ti propone, per cui è importante creare situazioni, il più informali possibile, in cui ritrovarsi e capire che tanto soli poi non siamo. E questo è importante farlo spesso, e non solo in occasioni speciali, ma nella quotidianità di tutti i giorni.
Prende poi la parola Giuffrida che dice di avere avuto due grandi fortune, a 11 anni incontrare la poesia di De Andrè e quella di incontrare Alessandro Santoro e la realtà che ha costruito ed alla quale sta lavorando, che definisce come una “goccia di splendore” in questo mondo fatto di una maggioranza arrogante e superficiale, situazione superabile solo se la minoranza riesce a non essere silenziosa. Ribadisce che le canzoni di De Andrè sono sempre senza tempo perchè purtroppo la realtà non solo non è cambiata ma è andata addirittura peggiorando. Il fatto che lui è qui, per quanto possa sembrare strano, è perché si parla un linguaggio comune quando ci si schiera dalla parte delle minoranze.
Interviene Benito Fusco, frate dei “Servi di Maria”, che dice di essere qui perché vuole molto bene a Don Alessandro. Racconta di essere figlio di ragazza madre in un ambiente che per questo la considerava una puttana; per l’adolescenza ha vissuto una rivendicazione per il diritto all’esistenza e di contrapposizione; ha abbandonato la storia del suo nome, Benito, e si è buttato in politica, in Lotta Continua in una Bologna che era pieno di stimoli per chi aveva la passione per la politica. De Andrè come poeta è stato da lui preferito a Guccini, e ancora oggi crede che i poeti siano i veri profeti della vita. Racconta del suo avere trovato, dopo tante tentazioni e tante esperienze, anche dure e fatte di morti di compagni, il suo vero orientamento; ha abbandonato la lotta armata e nell’incontro con Gesù ha incontrato la sua vera strada, che ha però sempre cercato di percorrere in direzione ostinata e contraria. Ha incontrato poi i “Servi di Maria” e, nei loro maestri, i rappresentanti della lotta all’interno della chiesa stessa, che tutt’oggi accusa di non saper accogliere ma di essere solo normativa.
Don Gallo, evidentemente contento di essere presente all’incontro, racconta del suo essere sempre stato in direzione ostinata e contraria anche all’interno della Chiesa, del suo essere stato poco in chiesa e molto in piazza sotto la bandiera anarchica, del suo cercare di mettere in pratica, nella realtà del centro storico di genova e di tutte le situazioni che ha incontrato finora, il “sono venuto per servire e non per essere servito”. Parla dell’album Anime Salve e dei personaggi che racconta, riferendoli alle realtà e alle solitudini che ci circondano e legge un brano di Smisurata preghiera; dice che quello che ha imparato lui in tanti anni di lavoro, e che anche De Andrè sosteneva è che l’emarginazione può essere anche uno stato di grazia perché ti sottrae al potere e quindi al fango. Termina regalando al pubblico uno scritto che riporta le considerazioni fatte da lui e dai ragazzi della sua comunità al momento della morte di De Andrè e finisce con il verso della “Canzone del maggio”: E se credete ora che tutto sia come prima perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina, convinti di allontanare la paura di cambiare verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.
Prende poi la parola Carla Corso, che dice che da qualche anno non accetta più di andare in televisione a rappresentarsi solamente in quanto puttana, perché ha pensato che di avere fatto anche altre cose nella vita, però qui oggi è voluta venire a rivendicare questo ruolo e il suo essere andata per tutta la vita controcorrente e contro le regole. Racconta la sua decisione di fare la prostituta, come scelta contro le alternative che aveva allora; il suo avere incontrato De Andrè e le sue canzoni ha fatto crescere la sua consapevolezza al punto da darle la sfrontatezza di fondare un comitato per farsi conoscere anche in quanto donne e non solo come prostitute. Non si sono però mai arrese e continuano ancora oggi a lottare per avere diritti, il diritto di essere madre, di essere moglie, di avere visibilità anche di giorno, di avere un lavoro. Parla del loro incontro con le straniere nuove arrivate, che sono ancora più povere, non solo economicamente, ma in quanto vengono da situazioni di malattia morte e scarse possibilità di vita, e con loro stanno ancora ostinatamente lottando, perché anche a loro siano concessi diritti, pur non avendo grandi risultati, e ovviamente nessun aiuto a livello istituzionale.
Maggiani inizia con una battuta sul traffico aereo che ci accompagna per tutto il pomeriggio, con aerei che passano bassissimi ogni 5 minuti sulle nostre teste, e ci parlano di tecnologia e di gente che parte, chissà per dove. Si definisce la parte meno interessante del gruppo, in quanto appartiene alla categoria di chi non può vantare di avere fatto qualcosa e venire a parlare di quello che ha costruito, fisicamente e materialmente, come invece possono fare tutti gli altri; dice che tutto quello che ha è una voce adatta per il vaffanculo, vaffanculo che è un canto che deve avere forza e saggezza ma che deve avere anche la poesia e la melodia, che richiede arte, coraggio e forza d’animo. Il suo intervento è un grazie all’anarchia, gli sembra il posto adatto per farlo; anarchia non come ideologia, non come partito, ma come una qualche remota possibilità di essere diversi da ciò che si è, di redimersi, non per essere migliore o più buono o giusto, ma per essere radicalmente diverso, di redimersi dalla propria natura. Ha fatto sua la frase che ha sentito da un vecchio anarchico e cioè che “l’anarchia non si può dire”, come per altro non si può dire Dio. A 18 era sicuro di vincere la rivoluzione e per anni ha vissuto nella remota ipotesi che l’umanità potesse essere redenta da ciò che è e si definisce stupidamente è ottimista; crede di non poter vivere inoperoso, suo padre gli ha consegnato una vita in cui poter essere libero “da” ignoranza, schiavitù e fame; ora gli resta una parte del lavoro, riuscire a essere abbastanza libero “per”, per poter amare, per poter essere giusto, per poter essere fecondo, per poter capire che ha necessità di libertà per essere redento. Concetto che ho sentito e che credo abbia condiviso chiunque fosse presente è che chi è qui è vivo e per fortuna ci sono ancora tantissimi luoghi in cui si incontrano i vivi per condividere quello che hanno e quello che sono. Dice che gli fa piacere poter pensare che dentro le canzoni di De Andrè ci fosse anche la sua anarchia.
Ultima a parlare è Dori Ghezzi che si definisce non una grande oratrice, dice che a volte, in contesti pubblici, si trova in difficoltà quando le chiedono di rappresentare Fabrizio, perché lei è Dori, con tutte le sue debolezze, le sue fragilità ed i suoi limiti, è così ed è forse proprio quello che ha scelto Fabrizio in lei, la semplicità, l’essere figlia di operai. Parla di un Fabrizio incazzoso quando aveva qualche motivo di esserlo, ma per il resto molto attento e sensibile alle espressioni più semplici e vere dell’umanità. Purtroppo le sue canzoni come diceva Giuffrida sono attuali, e lui non ne sarebbe felice perché i contenuti sono ancora di grande attualità mentre forse lui avrebbe voluto essere superato e anacronistico. Un ultimo pensiero alla comunità che ha cercato di conoscere alla mattina, parlando con loro facendo domande e ancora curiosità le restano per cui si augura di poter avere ancora occasione.
Termina Don Santoro che ringrazia tutti per la presenza; chiede però che questa giornata, che è partita da de andrè e con il piacere di avere ascoltato le testimonianze dei presenti, non si limiti a quello ma ci permetta di avere occhi per vedere le piccole realtà presenti alle piagge, di prestare anche a quelle la stessa attenzione e in chiusura, come gesto di amore per le comunità rom che oggi non erano presenti, chiede al gruppo di cantare Khorakhanè, come sempre emozionante.
Terminati gli incontri mi sono fermata a comperare qualcosa in ricordo della giornata e me ne sono tornata verso casa, mentre i volontari iniziavano a sistemare i tavoli per la cena “anarchica e libertaria” alla quale tanta gente si ferma e altra ne arriva. La testa è piena di parole ed il cuore colmo di sensazioni, sono convinta che in questo pomeriggio le emozioni sono viaggiate, pomeriggio nato per de andrè, ma in cui si è parlato anche della realtà. Quello che credo giusto ci portiamo a casa è la richiesta e la speranza di don santoro, di essere più attenti, delicatamente attenti, alle realtà, silenziose, invisibili e per il mondo “disturbanti” che camminano accanto a noi, sempre in direzione ostinata e contraria.

Giuseppina Rossi

Fonte: http://www.creuzadema.net/

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