23 settembre 2018

Rete di salvataggio

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in maniera quasi invisibile a chi di fretta usa la stazione semplicemente per prendere un treno e andarsene altrove.
Sabrina è riuscita prima a prendere contatto e poi a entrare nelle routines quotidiane, nei riti, nelle abitudini di queste persone. Questo metodo di lavoro non a caso vien detto “osservazione partecipante”.
Com’è nata l’idea di questa ricerca?
Anzitutto il fatto che quando senti parlare o quando leggi studi sulle persone di strada le trovi definite sempre in termini di ciò che gli manca: sono i ‘senza tetto’, i ‘senza dimora’, ‘senza lavoro’, senza rapporti affettivi, incapaci di pensare un futuro e così via. Insomma, anche dagli studiosi del settore vengono sempre individuati per le mancanze vere o presunte. In verità attraverso lo strumento dell’etnografia ho potuto constatare che per capire questa situazione era necessario vivere con queste persone, diventare una presenza importante nella loro vita quotidiana e osservare come possono cambiare quei significati che diamo per scontati, che si trasformano, vengono ricontrattati, acquisendo nuove norme, nuove leggi morali.
E che cosa hai notato?
Anzitutto ho trovato una struttura di relazione ben definita, nuclei di persone che tendono a ricreare dei rapporti familiari, intesi come rapporti di reciproco sostegno ed aiuto. A volte gli operatori sociali si lamentano del fatto che nelle strutture di assistenza questi soggetti spesso litigano, si offendono… ma bisogna ricordare che ci troviamo di fronte a un contesto forzato, non naturale, un po’ come succede sul lavoro negli uffici. In strada invece scelgono con chi stare, dormono sempre con una o due persone fidate, si cercano per consumare insieme il pasto, punto focale della giornata, manifestano una solidarietà di fondo che non sempre è evidente a chi osserva superficialmente… spesso si parla di realtà della strada con metafore forzate, come quella della giungla, che non aiutano a vedere come i legami di amicizia e solidarietà siano una componente importante. Naturalmente sto parlando del gruppo che ho studiato io, persone di una certa età, non alcolizzate, che vivono in strada da diversi anni… in questi casi è sempre necessario specificare di chi si parla.
Un esempio di solidarietà?
Sono numerosissimi… Ho visto fare collette per aiutare un ragazzo seguito dal SERT, prestiti, sviluppare un vero e proprio tam tam per avvertire qualcuno che era meglio non farsi vedere a Firenze per qualche pendenza con la polizia… L’importante è non cercare di forzare entro una tua griglia prestabilita quello che puoi incontrare.
Come si finisce a vivere in strada?
Nessuno sceglie la strada. Ci si ritrova in strada dopo vite complesse, dolori, esperienze laceranti. Ma questa realtà va vista poi a tutto tondo. In strada infatti si sviluppano reti di rapporti affettivi, sentimenti, che un approccio normalizzante non riesce a cogliere. Spesso la solitudine si è vissuta prima di finire in strada… la strada offre la possibilità di condividere con qualcuno il dramma del singolo individuo: renderlo comunicabile ed elaborabile, trovare qualcuno che capisce cosa hai vissuto quando invece non hai trovato risposte nel mondo che ti circondava…
Mi hai raccontato che in questo gruppo che hai studiato vi era uno scambio continuo di poesie…
Sì, uno scambio rituale, ma solo tra chi viveva proprio in strada. Ad altre persone poteva al massimo esser fatta una dedica. Le poesie invece sono per chi può davvero capire la situazione della strada, perché la vive. Verso gli altri c’è una sorta di pudore, quasi una strategia di difesa verso coloro che non conoscono la sofferenza. è importante capire questo, perché – specialmente per chi lavora in questo settore – per difendere i diritti delle persone di strada bisogna anzitutto passare attraverso la loro accettazione culturale, riconoscerne l’universo di senso e le trame di rapporti affettivi.

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