15 dicembre 2018

Rapporti liberatori

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accanto alle diverse società umane con le loro regole e i loro sistemi di vita, esistono persone che per varie ragioni non si adeguano al modello dominante e vivono ai margini della società stessa. Quasi sempre vengono identificati con le loro presunte mancanze: senza fissa dimora, senza lavoro, senza relazioni sociali, … Ma a volte si tratta soltanto di punti di vista diversi: la fissa dimora? è una roulotte o una stazione; il lavoro? suonare in un sottopassaggio, lavare i vetri ai semafori; le relazioni? i compagni di strada.
Questo universo così distante dalle nostre routine, fatte di casa, ufficio, famiglia, spesso ci comunica inquietudine, disturba le nostre certezze e le mette in discussione. Per questo cerchiamo di guardare altrove e mantenere le distanze, aumentando l’isolamento dei “soggetti marginali” e rendendo più difficile la loro esistenza. Eppure basta poco per finire fuori binario: un licenziamento, una separazione, una lunga malattia. A volte anche una scelta di vita.
In questo numero abbiamo incontrato Salvatore: è impossibile definirlo un marginale, casomai un originale. Salvatore ha scelto anni fa come proprio domicilio il sottopassaggio delle Cure, e con il quartiere ha instaurato un ottimo rapporto: sono in molti ad apprezzare la sua presenza discreta e cordiale, a salutarlo come un amico e a dargli mance come “custode” o musicista. Tempo fa Salvatore è finito in carcere: per un equivoco, dice lui, per oltraggio a pubblico ufficiale, recita la sentenza di condanna. Il quartiere intero si è mobilitato con firme, lettere, disegni e poesie, per protestare contro l’ingiustizia di una brava persona finita dietro le sbarre. Dopo pochi giorni era già fuori, ora sconterà la pena in detenzione domiciliare presso un amico.
Altri non sono così fortunati: per reati piccoli come quelli di Salvatore, per “equivoci”, sbagli, dimenticanze, per non aver capito le regole del gioco o per poca abitudine alle regole stesse, rischiano grosso, rischiano il carcere. E il carcere per queste persone può significare un punto di non ritorno. In carcere si spezzano quei legami intessuti a fatica col mondo “normale”, la condizione di isolamento si aggrava, e andando alla deriva ci si può ritrovare a commettere reati. Mettere dentro queste persone non conviene a nessuno, e chi fa le leggi lo sa: le “misure alternative” alla detenzione sono state pensate proprio per chi, avendo commesso piccoli reati, può diventare più pericoloso per la società andando in carcere piuttosto che scontando la pena fuori.
Ma allora perché le prigioni traboccano di gente che non ha fatto “quasi” nulla, e che uscirà “peggiorata” da una simile esperienza? Il sistema non è ineccepibile, ci ha detto il giudice Margara. Molti non sanno nemmeno di poter usufruire di queste misure, perché manca il personale che li informi. Molti non possono aspettarsi alcun aiuto dall’esterno, com’è accaduto a Salvatore. Altri si scontreranno con un giudice poco fantasioso, che non saprà inventarsi la soluzione giusta per applicare l’obbligo di domicilio a chi non ha fissa dimora…
Tutto dipende dal giudice, ma il giudice non è sordo… nel caso di Salvatore, sono state certo valutate le “referenze” della sua vita alle Cure. In ogni caso ha un peso fondamentale la rete di rapporti tra queste persone e noi, tra “marginali” e “inseriti”.
È importante dunque non voltarsi dall’altra parte ma poter vedere e conoscere la realtà di queste persone, le loro storie di vita, il loro modo di vivere.
Chi è invisibile non ha diritti, e l’informazione può svolgere in questo senso un ruolo fondamentale, e temibile. Ce lo ricorda la vicenda di Fabrizio Gatti, giornalista del Corriere, che, per aver forzato le regole in nome della sua “missione”, è stato processato e condannato. Il nostro dossier si chiude con questa piccola storia: un omaggio a Gatti, un memorandum per noi.

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