10 dicembre 2018

Quelle lottizzazioni nella Toscana «rossa»

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di Riccardo Chiari*

A Firenze non mancano le esperienze di trasformazioni urbanistiche o edilizie finite in tribunale. Anche se i processi devono ancora iniziare, la doverosa presunzione di innocenza per gli imputati nulla toglie al clamore suscitato, non soltanto in città, dai casi Castello e Quadra. Nel primo scandalo, relativo alla progettata “urbanizzazione” della maxiarea di Castello, in primavera sono stati rinviati a giudizio per corruzione Salvatore Ligresti, patròn di FonSai, due suoi stretti collaboratori come Fausto Rapisarda e Gualtiero Giombini, e l’ex assessore Pd all’urbanistica Gianni Biagi. Il secondo è invece legato alla società di progettazione Quadra, con l’ipotesi di accusa che parla della creazione di un autentico monopolio sull’edilizia privata fiorentina. Un monopolio durato dal 2007 al 2009, creato coinvolgendo politici, imprenditori e dipendenti tecnici di Palazzo Vecchio. Fra i primi spicca l’ex capogruppo democrat Alberto Formigli. Rinviato a giudizio lunedì scorso insieme ad altre 21 persone, fra cui l’ex presidente del locale Ordine degli architetti Riccardo Bartoloni, altri professionisti, alcuni costruttori edili, e gli ex responsabili dell’ufficio comunale edilizia privata Bruno Ciolli e Giovanni Benedetti. In questo caso i reati ipotizzati, a vario titolo, parlano di associazione per delinquere, corruzione, abuso d’ufficio, truffa aggravata e falso ideologico.

Per Castello, ultimo grande spazio (quasi) libero dell’intero territorio comunale, ereditato da Ligresti quando la sua Sai incorporò Fondiaria, c’era in cantiere una grande traformazione urbanistica che prevedeva la realizzazione di 1.500 appartamenti; un centro commerciale; un campus scolastico (dove l’allora presidente provinciale Matteo Renzi voleva far traslocare numerosi istituti secondari); una sede direzionale pubblica, e un parco da 80 ettari. Dal momento in cui la procura fiorentina guidata da Giuseppe Quattrocchi sequestrò l’area, il 26 novembre 2008, Ligresti non ha mai chiesto il dissequestro. Né ha riavviato trattative con l’amministrazione fiorentina. Ben diverso il clima nel 2005, quando Ligresti aveva stipulato la convenzione su Castello con l’allora sindaco Leonardo Domenici. A seguire l’ok del consiglio comunale – a sinistra contrari solo Rifondazione e Ornella De Zordo di Unaltracittà e Comitati cittadini – infine il passaggio della pratica nelle mani di Gianni Biagi. Al quale la magistratura contesta «di aver adottato iniziative e provvedimenti in contrasto con gli interessi pubblici», rilasciando fra l’altro nell’agosto 2008 i permessi per le edificazioni private senza che fossero stati avviati i lavori per il parco. Lavori considerati come prioritari dall’assemblea di Palazzo Vecchio, nel momento in cui aveva dato l’assenso alla trasformazione urbanistica dell’area. Lavori che invece stavano slittando, e che probabilmente sarebbero stati abbandonati del tutto. In favore del nuovo progetto della “cittadella viola”, avanzato dai fratelli Della Valle e già giudicato verbalmente dal sindaco Domenici come ben più interessante.

Su Castello, i pm Monferini, Mione e Tei che hanno indagato insieme al Ros dei carabinieri ritengono che non ci sia stata una corruzione “classica” – favore in cambio di mazzetta – ma una corruzione “liquida” fatta di scambi, consulenze, favori nella carriera anche grazie all’entrata in giri che contano. Quanto al caso Quadra, la società di progettazione edilizia di cui Bartoloni era socio e Formigli (all’epoca anche presidente della commissione urbanistica) “socio occulto”, la pubblica accusa ritiene che godesse di una corsia preferenziale per l’approvazione di progetti di nuove edificazioni e ristrutturazioni, anche di notevole entità. Il tutto in cambio di favori o regali, e potendo contare sul ruolo di Formigli come intermediario politico. Insomma una sorta di cavallo di Troia negli uffici tecnici comunali.

Il manifesto

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