Quell'aria fresca che viene dalle piazze…

image_pdfimage_print

Le grandi manifestazioni del 15 febbraio hanno fatto risuonare in tutto il mondo l’opposizione totale alla ‘guerra preventiva’ ma hanno anche sancito (se c’era ancora qualche dubbio…) l’esistenza di un nuovo soggetto politico globale che sembra sfuggire a tutte le tradizionali categorie interpretative, come se l’inopinato ritorno del militarismo e della politica imperiale avesse scatenato nella società civile planetaria delle difese immunitarie così potenti da far nascere una specie di antidoto. Questo antidoto, per ragioni storiche tutte ‘nostrane’, si è prodotto in Italia prima che altrove e non è un caso se il popolo della pace ha toccato il suo punto più alto proprio nel nostro paese. Una situazione così merita dunque un supplemento di indagine…
Che cosa sta succedendo? Da oltre un anno e mezzo milioni di persone non smettono di scendere in piazza, con una tenacia e una continuità che sconcertano gli osservatori e confondono le forze politiche di tutti gli schieramenti. Non a caso, molti commenti trasversali ogni volta stizzosamente rimarcano che “la sede della politica è il parlamento, non la piazza”, come se quella marea di persone volesse usurparne il legittimo esercizio.
Chiunque abbia vissuto anche solo una delle grandi giornate di mobilitazione di questo periodo sa perfettamente che non è in atto una contrapposizione fra la semplicistica intransigenza della demagogia (i movimenti) e la difficile arte della mediazione politica (i partiti e i professionisti della poltica). Tanto per cominciare quella che scende in piazza non è una folla, non è un agglomerato confuso in preda all’irrazionalità degli istinti o sospinto dall’urgenza del bisogno. La molla non è né la fame né la disperazione né tantomeno un interesse corporativo ma piuttosto la difesa o la ricerca di qualcosa che si ritiene debba appartenere all’intera società: la pace, i diritti, la legalità, il pluralismo dell’informazione, la richiesta di un altro mondo possibile.
Se è vero che fra fini e mezzi c’è sempre un nesso non casuale allora si deve rilevare che anche il modo di manifestare presenta delle novità assai rilevanti che ben poco hanno a che vedere con lo stereotipo della piazza in preda all’emotività e alla manipolazione demagogica: niente spezzoni di corteo organizzati, niente slogan preconfezionati, molta musica, molto fai da te (cartelli, vignette, carri, trucchi, travestimenti), grandissima varietà di fogge, colori, atteggiamenti. Dunque, non una folla ma una grande quantità di persone, ciascuna portatrice di una specifica storia, di una originale motivazione, di una indivisibile responsabilità.
Sarebbe questa la minaccia al parlamento e alla Politica, con la P maiuscola? O non è vero piuttosto il contrario? In realtà è stata proprio la globalizzazione neo-liberista ad espropriare la politica, riducendola ad una mera comparsa rispetto allo strapotere delle grandi forze economiche. In nome della favola, totalmente ideologica, secondo cui tutte le maledizioni del mondo nascono dallo stato, dalle regole, dai fastidiosi ‘lacci e lacciuoli’. E così la democrazia (a livello internazionale e non solo in Italia) ha subito un gravissimo svuotamento di funzioni e di senso, mentre il sistema dei partiti regrediva a pura e semplice macchina elettorale e clientelare, incapace di ascoltare e interpretare le istanze dei cittadini.
Questo spiega perché i partiti non abbiano saputo proporre all’opinione pubblica nessuno dei temi politici che invece hanno finito per imporsi recentemente all’attenzione generale: la critica alla tecnocrazia finanziaria e commerciale (Fondo Monetario, WTO etc.), la richiesta dell’abolizione del debito dei paesi poveri, l’indignazione per il conflitto di interessi e per gli attacchi alla magistratura, la lotta per la difesa dell’articolo 18 e, sintesi di tutto il resto, la richiesta perentoria e incondizionata della pace. Ognuna di queste campagne è nata nell’ambito dei nuovi movimenti e solo successivamente alcune forze politiche ‘ufficiali’ hanno finito per confluirvi, non prima di avervi opposto reticenze, diffidenze e anche qualche scomunica.

Tutto questo non significa affatto che i partiti debbano andare in pensione né tantomeno che la democrazia rappresentativa abbia esaurito la sua funzione. Se c’è una minaccia alla democrazia questa viene dai ‘diktat’ sempre più pressanti esercitati delle oligarchie economiche e finanzarie, cui va aggiunto, almeno in Italia, il pericolo del plebiscitarismo e dalla manipolazione mediatica. I movimenti non riempiono solo le piazze ma anche il vuoto di iniziativa della politica e il loro modello organizzativo ‘a rete’ (niente gerarchie verticali di comando, niente strutture centralistiche, niente vertice e niente base) sarà anche un ‘casino’ ma, se non altro, mette in luce la necessità di inventare forme di partecipazione in cui tutti possano essere protagonisti. La democrazia, a cominciare dalle stesse istituzioni rappresentative, non potrà che avvantaggiarsene.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *