Quattro voci sulla globalizzazione

image_pdfimage_print

Si è tenuto all’inizio del mese il Terzo Forum di Sbilanciamoci!, L’impresa di un’economia diversa, che quest’anno ha scelto come sede il quartiere periferico del Corviale, a Roma. Nelle quattro giornate di incontri, dibattiti e seminari sono stati discussi temi diversi, con l’obiettivo di analizzare i problemi connessi al liberismo e alla globalizzazione ed elaborare proposte alternative, nel segno di un’economia sostenibile e solidale. Al Forum hanno partecipato circa 1500 persone e più di 80 relatori fra economisti, sociologi, politici ed esponenti della società civile.
Fra i tanti incontri interessanti, ci ha particolarmente colpito la tavola rotonda conclusiva, che ci ha regalato quattro interventi appassionati, quattro punti di vista sulla globalizzazione da quattro angoli del mondo: l’Europa, con Doreen Massey del Forum Sociale di Londra, l’Africa nera, con Aminata Traorè, organizzatrice del primo Social Forum Africano, l’Asia minore, con Majid Rahnema, ex ambasciatore Onu per l’Iran, l’India, con Vandana Shiva, leader dell’International Forum on Globalization.
Vi proponiamo una sintesi dei loro interventi.
– Londra si sveglia –
Doreen Massey è una piccola signora coi capelli corti e biondi. Viene da Londra, ed è orgogliosa di questa città che ha saputo accogliere tanti stranieri e che anche dopo gli attentati ha saputo resistere alla tentazione della discriminazione. Ma l’orgoglio non può farci dimenticare cosa c’è dietro, ammonisce. Perché tutta questa gente viene qui da paesi lontanissimi lasciando famiglia e radici per un futuro incerto? Sulla sua analisi del divario nord-sud si allunga l’ombra del colonialismo, di cui l’impero britannico è stato protagonista. Gli stranieri che emigrano a Londra non hanno diritto di pretendere indietro qualcosa di ciò che gli è stato tolto? L’impero c’è ancora, e Londra ne è capitale, è l’impero finanziario. La presenza della Borsa e di tutto l’indotto della City dà una forte impronta alla città, con pesanti conseguenze sui più poveri e poche ricadute positive sull’economia reale. Ma anche a Londra esistono movimenti di “risveglio delle coscienze” che fanno informazione sul ruolo della città nell’economia globale. Ad esempio Shell, compagnia petrolifera inglese con sede nella capitale, sotto accusa per lo sfruttamento del petrolio nigeriano, con conseguenze devastanti per il popolo e per il territorio, è la destinataria di varie iniziative di protesta. La prossima in occasione della ricorrenza dell’esecuzione di Ken Saro Wiwa, il poeta giustiziato dal regime nigeriano perché guida della rivolta del popolo Ogoni. Per questa iniziativa saranno coinvolte le comunità nigeriane di Londra. Insomma il Forum Sociale di Londra fa proprio lo slogan “pensare globalmente, agire localmente”.
– Bianchi, dove siete?-
Aminata Traoré non fa sconti a nessuno e ci sbatte dritte in faccia le nostre responsabilità. L’Africa è invasa dai vostri scarti, afferma con decisione, e da un’ondata di immagini che ci dicono che il vostro mondo è l’Eldorado. Ma le città europee sono grandi e ricche perché hanno vissuto sulla tratta dei neri, e ancora oggi l’Africa nera è quella che paga il tributo più pesante a questo sistema ingiusto e razzista. Chi può contraddirla? Aminata Traoré è una donna alta e maestosa, con abito e turbante arancione e viola, grandi orecchini e sguardo serio. è stata ministro del Mali, paese che produce un ottimo cotone che noi paghiamo pochi spiccioli e a cui inviamo per carità i nostri vestiti smessi. Ha visto in tv le immagini di New Orleans, gli incendi di Parigi, e si è chiesta “dove sono i bianchi?”. Nella nostra presunzione, vogliamo insegnare la democrazia, vogliamo cancellare il debito. Ma quale debito? L’Africa ha già pagato, e Blair cerca solo di lavarsi la coscienza e di fare bella figura. Che cosa resta oggi ai giovani africani? Non c’è più una produzione locale, un’economia reale, se si è senza speranza meglio morire in mare. Per questi emigranti si può parlare di “profughi economici”, vittime di una globalizzazione che è in realtà la mondializzazione dell’occidente: rispetto all’oceano delle regole imposte dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale si può scegliere, o nuotare o affogare. Ma Traorè ripone molte speranze nel risveglio globale delle coscienze, quello che ha portato tante persone al Corviale e tantissime ne porterà in Africa per il Social Forum del 2007. La sua conclusione non lascia spazio agli alibi: “Contiamo su di voi per ridare un senso alla vita”.
– Potere e potenzialità –
Destra e sinistra sembrano avere la stessa ricetta per sconfiggere la povertà: aumentare gli aiuti e cancellare il debito. Ma secondo Majid Rahnema questa è un’assurdità. Come si può accettare che 4 miliardi di individui in Asia, Africa e America del sud, discendenti di civiltà grandissime e con potenzialità produttive e culturali enormi, debbano vivere sulla carità dei paesi più ricchi? Gandhi diceva “lasciate in pace i poveri”, ci ricorda, mentre assistiamo ad una continua imposizione di modelli estranei, all’omologazione, ad un nuovo colonialismo. Questo signore di 80 anni dalla corta barba bianca adesso cita il filosofo Spinoza, che contrapponeva il potere alla potenzialità umana. Il potere danneggia la potenzialità che è in ognuno di noi, ed è nemico del cambiamento. Rahnema è stato ministro dell’Iran e poi ambasciatore all’Onu, finché non ha capito che da quelle poltrone il massimo che poteva fare era essere onesto. Allora ha lasciato il potere per riprendersi la potenzialità.
Per cambiare le cose, sostiene, bisogna partire da noi stessi, cambiare il nostro stile di vita, che è sbagliato, preferire la conoscenza all’informazione, capire la nostra potenzialità di esseri umani e la sua sacralità. Dobbiamo unire le forze in una resistenza creativa, cambiare anche il nostro modo di pensare il cambiamento. Una sfida da raccogliere al più presto.
– La necessità di un’altra economia –
Vandana Shiva per prima cosa ci ricorda un’invenzione inglese di successo, la società a responsabilità limitata. Fu la East End Company a “brevettarla”, quando le serviva uno status giuridico per sfruttare meglio l’India, tenersi i profitti e non rispondere di danni o fallimenti. E allora almeno esisteva una produzione reale. Oggi il Financial Times valuta l’economia indiana a partire dai titoli di borsa, spesso patrimonio di imprese straniere, senza nesso con l’economia reale.
L’economia reale ad esempio è fatta di contadini, ci ricorda Shiva, i custodi delle ricchezze più grandi che abbiamo, la terra e i semi, e i contadini sono ora vittime di un genocidio. Questa morbida signora indiana è leader di un movimento che ne riunisce tanti, in quell’enorme paese, dove 40.000 agricoltori si sono suicidati, ridotti in miseria dall’imposizione dei semi transgenici, che si devono ricomprare ad ogni stagione. Un trilione di dollari di profitti per le multinazionali degli OGM, e altrettanti se passerà la privatizzazione dell’acqua, l’altra grande minaccia che pende sulle nostre teste.
Bisogna opporsi a questi progetti, opporsi alle multinazionali, alla pseudo-economia e alla pseudo-scienza che la supporta. Come in un paese del sud dell’India, dove Coca-Cola ha comprato i rapporti scientifici che dimostravano che no, non aveva inquinato le acque… Ma la fabbrica poi ha dovuto chiudere.
Quali sono i pilastri del cambiamento, chiede alla fine qualcuno? Vandana Shiva li conta sulle dita della mano: il potere della gente comune, la fiducia, la speranza, l’immaginazione, le pratiche alternative… Una mano non basta più, manca l’ultimo, fondamentale pilastro: la gioia.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *