10 dicembre 2018

Quattro ore sotto la neve, nel campo senza fine di Birkenau

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di Walter Fortini per Toscana Notizie

cosa hanno provato. Loro appoggiano a terra, davanti ad un carro piombato, un sasso bianco, come si usa tra gli ebrei sulle tombe.

I numeri di Birkeanu sono da brivido. Un milione di morti. Settanta anni fa c’erano 300 baracche: 244 erano in legno, stalle da campo trasformate alla bisogna in alloggi. Ognuna aveva una stufa, prevista dal regolamento, ma il regolamento non obbligava ad accenderla e la notte, dai vetri rotti e gli spifferi diffusi, cadeva acqua e neve. C’era anche uno spicchio di campo più ‘umano’, ‘specchio per le allodole” nel caso di ispezioni della Croce Rossa. Non ce ne furono e i suoi ospiti furono tutti uccisi, come i 23 mila Rom e Sinti del campo famiglia al margine destro, abitato da 11 mila bambini.

Prima che i convogli entrassero direttamente nel campo attraverso la famosa porta della morte, che stamani affiorava dalla nebbia come uno spettro, i treni si fermavano un chilometro più in là alla JudenRampe, il binario degli ebrei. A metà strada tra Birkenau e Auschwitz. Un carro bestiame piombato è ancora lì: a destra la morte sicura e a sinistra (forse) la speranza di sopravvivere. Ed è dalla Judenrampe che parte la visita. «Anche noi siamo scese qua» dice a bassa voce voce Tatiana Bucci. Aveva 4 anni, la sorella Andra sei. “Dentro quel vagone – ricordano – eravamo in 60, non ce la facevamo nemmeno tutti a stare accovacciati a sedere”. Il primo convoglio dall’Italia arrivò il 23 ottobre 1943, dentro erano in 1024. Entrarono nel campo 149 uomini e 47 donne. Quando Auschwitz fu liberato solo 16 di loro erano ancora vivi.

Chilometri nella neve, gli scheletri in mattone dei camini che ricordano quante baracche fossero state erette e riempite. C’è anche una foto di bambini con le mamme in attesa. Sembrano giocare, ignari. Attraversare i lunghi sentieri di Birkenau dà solo una timida e parziale rappresentazione delle crudeltà e della vita in un campo di sterminio. La mostra fotografica al termine della ‘sauna’, con decine e decine di foto di famiglia trovate in una valigia rimasta sepolta chissà come nel fango, offre, al posto di tanti numeri che danno il capogiro, un volto e un nome a quel milione e mezzo di persone che dall’intero complesso di Auschwitz sono uscite solo come fumo dai camini. E’ poco forse. Ma è abbastanza perché ti venga un groppo alla gola, per provare rabbia e vergogna o per comprendere come molti, presi dalla disperazione, non ce l’abbiamo fatta e si siano suicidati prima, andando incontro al filo spinato elettrico che con 16 mila pali in cemento circondava dentro e fuori il campo. Ma il più delle volte, prima della scarica elettrica, arrivava la sventagliata di mitra delle guardie sulle torrette.

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