Quaranta gradi all'ombra delle sbarre. Tra diritti negati e leggi 'riempicarcere'

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foto di Thomas Hawke CC

Sara Capolungo per l’Altracittà

È arrivato il grande caldo. Soprattutto qui, in queste stanzucce mal ridotte di 10 mq ciascuna, da condividere con altri 3 o 4 “ospiti”, comprensive del bagno e letti a castello; se vi potessero spedire una cartolina, questi “ospiti”, vi scriverebbero “Saluti da Sollicciano”. Neanche l’estate mostra pietà per i detenuti del carcere fiorentino; anzi, sembra particolarmente attenta a surriscaldare le celle sovraffollate: si superano sovente i 40 gradi, e le 3 ore d’aria al giorno leniscono ben poco il malessere, che si aggiunge alle altre sofferenze.

“La perdita della libertà dovrebbe essere l’unica forma, legale, di compressione dei diritti del detenuto; in realtà, viene meno anche l’esercizio di diritti che, in linea di principio, dovrebbero essere garantiti; così il sovraffollamento e le insufficienti ore d’aria a disposizione del detenuto minacciano l’integrità psico-fisica dei carcerati” spiega Giuseppe Caputo, ricercatore di sociologia del diritto e volontario dell’associazione fiorentina “L’altro diritto” , autore del volume “Carcere e diritti sociali” edito da poco da Cesvot.

“Ma anche il diritto alla salute, e ad un ambiente salubre, viene costantemente minato: molti detenuti entrano sani ed escono malati; questo perché la struttura non è oggetto di manutenzione, d’inverno non c’è il riscaldamento, e le docce sono ammesse solo tre volte alla settimana anche con il caldo torrido di questi giorni; a peggiorare le cose, sono arrivati persino i piccioni che defecavano sulle grate delle celle, a cui si è cercato di provvedere sbarrandole ulteriormente”, così si è aggiunto un altro pizzico di buio all’oscurità.
“Se a tutto questo si aggiunge la considerazione che per esercitare tali diritti è sempre necessaria l’intermediazione dell’amministrazione penitenziaria, è facile capire perché ci troviamo di fronte più ad una vera e propria morte civile che ad un’esecuzione della pena” puntualizza Caputo. ”Insomma, non sono dei diritti ma delle semplici concessioni. Un esempio per tutti? Qualche anno fa è morta una detenuta soffocata da una mozzarella: l’ambulanza non è riuscita ad arrivare in tempo, perché sottoposta ad una seria infinita di controlli”.

E il pronto soccorso interno al carcere? “Fino a poco tempo fa, disponeva solo di pochi macchinari, tutti degli anni ’60, ed era perfino sprovvisto di un ginecologo; anche se, ultimamente, la ASL sembra stia cercando di migliorare la situazione”. Terribile e logica conseguenza sono i tassi di suicidio, che balzano ad una media di cento volte superiore rispetto a quella dei comuni cittadini, e gli innumerevoli atti di autolesionismo, unica forma di libera protesta.

Ma lo studio del ricercatore si è spinto oltre gli aspetti già tristemente noti del carcere, focalizzando l’attenzione sui diritti sociali e l’effettiva possibilità di esercitarli: il lavoro penitenziario, in primis, dequalificato e accessibile solo ad un quarto della popolazione carceraria. E pazienza se il lavoro, assieme alla formazione e all’istruzione, dovrebbe svolgere una funzione risocializzante, nonché di rieducazione del detenuto, come previsto all’articolo 27 della Costituzione.

E la paga? “Viene calcolata sui contratti collettivi di lavoro di quindici anni fa e ridotta di un terzo” – spiega Caputo – “così risulta appena sufficiente a sopperire ai bisogni alimentari primari, creando un ulteriore, inutile, senso di inadeguatezza e di esclusione. Inoltre i detenuti non riescono ad accedere alla maggior parte dei diritti previdenziali e così il periodo trascorso in carcere diventa completamente inutile”. In definitiva, l’analisi di Caputo, come scrive nell’introduzione il prof. Santoro, direttore de ‘L’altro diritto’ e docente universitario, ribadisce che il carcere non ha mai riabilitato nessuno, mentre invece ha de-abilitato i detenuti che nella grande maggioranza non sono in grado di reinserirsi nella società dopo l’esperienza carceraria.
Il motivo? Scelte legislative poco efficaci che conducono verso una vita da ‘liberi’ destinata alla marginalità sociale. Quindi leggi sbagliate per coloro che sono già in carcere. Ma anche leggi, quanto meno discutibili, che le carceri le riempiono: ”Sono quelle dettate da mero opportunismo politico; si soffia sulla brace della paura e dell’intolleranza per dar vita a norme che puniscono in maniera esemplare reati minori, quelli commessi prevalentemente o esclusivamente da stranieri” precisa Caputo. Insomma la vecchia, brutta, storia del capro espiatorio.

Tra le leggi ‘riempicarcere’ si può sicuramente annoverare la recente normativa antidroga del 2006, meglio conosciuta come legge Fini – Giovanardi, che secondo il garante dei detenuti del Comune di Firenze, Franco Corleone, è responsabile dell’aumento del 50 per cento dei carcerati.

Sorretta da un’ideologia proibizionistica – populistica, la legge, da un lato, rende complicatissimo l’accesso a soluzioni alternative al carcere e più idonee alla condizione del tossicomane e, dall’altro, contribuisce al sovraffollamento. È di pochi giorni fa la triste conferma di questa emergenza: un 40enne italiano morto di overdose a Sollicciano. “I tossicomani devono stare in comunità non certo in cella” – afferma il garante – “Farli uscire dal carcere è la soluzione migliore per loro e un aiuto per risolvere il sovraffollamento delle strutture, ormai a livelli insostenibili”.

Se è indubbio che serva una seria riflessione sull’intero sistema carcere, l’annuncio da parte di Maroni della realizzazione di un CIE a Campi Bisenzio sembra andare esattamente nella direzione opposta: la politica e il governo appaiono più interessati a mostrare il pugno duro con i più deboli ed indifesi che ad un faticoso e difficile processo di riforma. Quello che il ricercatore Giuseppe Caputo chiama “un diverso approccio culturale, liberato, una volta per tutte, dalla tentazione di parlare alla pancia dei cittadini”.

Neanche una nota positiva, quindi? “Una: la Toscana è la regione con il più alto numero di volontari, che in luoghi come il carcere sono fondamentali in quanto attenuano le difficoltà e la durezza di esistenze al margine”. La Toscana, dunque, sembra non aver dimenticato uno dei suoi più grandi maestri, Don Milani, che con il suo motto “I Care” invitava tutti i cittadini ad una presa di coscienza civile e sociale.

Per saperne di più, guarda il servizio realizzato da Report su L’altro diritto

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-0703503d-5ba1-485f-ac09-acbbbbfe3076.html

0 Comments

  1. Helena Gray

    Grazie a chi ha scritto questo articolo.
    Non so chi leggerà questo commento, ma sono un’autrice e sarei interessata ad insegnare “scrittura creativa” a Solliciano, può interessare? Salve

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