Quando la politica diventa polizia

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Nel nostro sistema istituzionale, la figura del prefetto esprime il potere dello stato nella sua forma più impersonale: è una sorta di garante dell’ordine costituito, in collaborazione stretta con la questura. è perciò assai sorprendente, e per certi versi molto grave, vedere che un prefetto – quello fiorentino, Andrea De Martino – richiama alcuni sindaci a non abusare degli strumenti coercitivi e a trovare soluzione serie per le questioni sociali più gravi. è accaduto a metà maggio, quando il sindaco di Fiesole, Fabio Incatasciato, ha firmato un’ordinanza di sgombero dell’ex ospedale Sant’Antonino, occupato pochi giorni prima da un gruppo di circa 150 persone, provenienti da un’altra occupazione, nella ex caserma Donati di Sesto Fiorentino, conclusa dopo un estenuante e penoso braccio di ferro con l’amministrazione locale, guidata da Gianni Gianassi.
Incatasciato ha comunicato alla Asl e alla prefettura l’assoluta non idoneità della struttura fiesolana, chiedendone la “immediata liberazione”. L’intervento di De Martino è stato sferzante: “La logica dello sgombero non basta, occorre pensare anche all’accoglienza”. Al prefetto, evidentemente, non è sfuggito l’assurdo e inumano rimpallo messo in atto in questi mesi dalle istituzioni pubbliche. Le 150 persone arrivate a Fiesole, provengono dal Luzzi di Pratolino, occupato da un paio d’anni. Si sono trasferite a Sesto sulla base di un accordo fra il Movimento di lotta della casa, gli occupanti stessi (circa 400) e la Regione, proprietaria dell’ex sanatorio.
Ma a Sesto hanno trovato l’ostilità dell’amministrazione, che è arrivata a sostenere una raccolta di firme fra la cittadinanza – supportata addirittura da alcuni circoli Arci – per mettere fine a un’occupazione giudicata illegale e in aggiunta carente sotto il profilo igienico-sanitario (ma intanto si era tolta l’acqua corrente e non si era nemmeno ipotizzato di allacciare l’energia elettrica). Quando gli occupanti – qualche decina di famiglie di varie nazionalità, con numerosi bambini – si sono rassegnati e sotto minaccia di sgombero d’autorità si sono trasferiti a Fiesole, il sindaco Gianassi ha convocato un’assemblea pubblica in una casa del popolo per annunciare, trionfalmente, il “recupero” della caserma in disuso.
Sul piano simbolico, si è chiuso un cerchio: a Sesto Fiorentino – che a fine Ottocento fu il primo Municipio toscano conquistato dal partito socialista – è andata in scena la “nuova missione” che molti sindaci sembrano concepire: non si sentono più garanti dei diritti civili e sociali delle persone che vivono nel loro territorio, ma tutori di una rigida idea dell’ordine e della legalità. Quasi non si accorgono, a furia di ordinanze di sgombero e forse travolti dall’ossessione xenofoba per la sicurezza che ha investito l’intero paese, d’avere perso di vista i valori fondamentali di ogni democrazia: l’uguaglianza fra le persone, il diritto a un’esistenza dignitosa e anche il diritto a vivere in un paese diverso da quello d’origine.
Quando un sindaco, espressione della volontà popolare, arriva a prendere lezioni da un prefetto in materia di tutela dei diritti sociali, è segno che siamo di fronte a un grave smarrimento dell’azione politica, delle sue ragioni d’essere, della sua dimensione ideale. Del resto c’è un precedente. Nel settembre scorso, all’indomani della famosa ordinanza fiorentina contro i lavavetri, il procuratore capo Ubaldo Nannucci scrisse una lettera al sindaco Leonardo Domenici, garbata nei toni ma molto dura nella sostanza: un giudice, argomentò Nannucci, deve anche tenere conto dei lati umani della vicenda…

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