Quando il serpente fumò la pipa

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Quando ci fu la dichiarazione di guerra da parte del Governo del Brasile contro Germania e Italia, nel 1942, non ci credeva nessuno. Tantomeno i brasiliani. Troppo inverosimile l’idea di andare in Europa a combattere nella seconda guerra mondiale. Anche perché il loro Governo era in realtà molto più filo-Asse che filo-americano. “è più facile che un serpente si metta a fumare la pipa che vedere i brasiliani in questa guerra”, dicevano. E invece ci andarono davvero, anche se due anni dopo. Perché c’era un patto che li legava alle vicende belliche degli altri Paesi delle Americhe, Stati Uniti compresi, e perché sembra che italiani e tedeschi affondarono più di 40 loro navi. Partirono in 25 mila nell’estate del ’44. Il serpente che fumava la pipa divenne il simbolo della FEB, la Força Expedicionaria Brasileira. Questa storia ce la racconta Marilia Cioni, una giovanissima regista italo-brasiliana che sulla presenza dei brasiliani nella guerra di Liberazione e sui loro contatti coi partigiani sta girando un film-documentario.
Marilia, come sei venuta a conoscenza di questa storia?
In modo molto casuale. Ho saputo che in alcuni paesini dell’Appennino tosco-emiliano ogni anno ci sono delle celebrazioni che ricordano quegli eventi. Sono andata a vedere e lì, a Montese, Porretta Terme, Staffoli, ogni tanto mi imbattevo in una “piazza del Brasile”, in un “corso”, in un “largo Brasile”. Ho cominciato a chiedere in giro e ho conosciuto gente straordinaria, che a nominargli i brasiliani gli si illuminava il volto. I vecchi ancora chiamano “filo brasiliano” il doppino telefonico, perché lo portarono loro per le comunicazioni e poi rimase nella rete dei paesi dove passarono.
Quindi i soldati avevano avuto contatti diretti con la popolazione?
Molti contatti, anzi in certi momenti vivevano proprio insieme, nei casolari. Alla gente piacevano più degli americani, troppo sbruffoni, troppo presuntuosi a considerarsi i “liberatori”. I brasiliani erano più umili e anche più divertenti. Avevano cibi strani, la pelle chi scura chi chiara, cantavano, la loro lingua suonava più familiare.
Ma parteciparono effettivamente alle operazioni militari?
Eccome: 15 mila di loro furono mandati direttamente nei pressi del fronte. Che in quell’inverno tra il ‘44 e il ’45 per molti significò trovarsi al freddo degli Appennini, con le loro uniformi di cotone. Alcuni morirono proprio per il freddo. Poi gli americani diedero loro cose più pesanti, anche se di taglie esagerate. Ma i brasiliani erano ingegnosi e si adattavano; avevano imparato a mettere la paglia negli scarponi, così sconfissero anche i geloni che invece tormentavano tutti gli altri soldati.
E la Resistenza?
Anche in questo caso ci furono molti contatti, anzi vere e proprie azioni condotte insieme. Con la brigata Giustizia e libertà, quella in cui combatté Enzo Biagi, ad esempio. I brasiliani avevano bisogno di gente che conoscesse il territorio e i partigiani avevano bisogno di alleati.
E dopo la guerra?
Passò qualche mese prima che tornassero in Brasile. Uno che si ricorda di loro è Francesco Guccini, che da bambino viveva a Pavana, nel pistoiese. Si allacciarono molte amicizie, ci furono anche dei matrimoni: dalla Toscana una cinquantina di donne partì con loro. In quegli anni si stava molto meglio in Brasile che in Italia. Oggi ci sono quartieri, negozi, caserme brasiliane che portano i nomi dei paesi appenninici e delle località che furono teatro delle battaglie.
Come faremo a vedere il tuo film? Chi è che lo produce?
Si intitolerà “Il filo brasiliano” e penso che sarà pronto a maggio; vorremmo farlo arrivare in TV. Lo produce la cooperativa Digital Desk di Pier Giorgio Bellocchio, col sostegno della Mediateca regionale toscana e della Regione Emilia Romagna.

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