Qualcosa di sinistra, se mai rinascerà, sarà affare nostro. E non degli apparati di partito

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di Alessandro Dal Lago

L’enorme astensione alle elezioni europee (poco meno di 6 elettori su 10 sono rimasti a casa) dovrebbe suggerire ogni cautela nell’analisi del voto. Il vero dato significativo è che la grande maggioranza dei cittadini è ostile o non è interessata all’Europa, oppure giudica il parlamento per quello che è, un’aula che fa da cassa di risonanza alla Commissione e dibatte faccende spesso insignificanti.

E tuttavia due dati appaiono qualitativamente significativi: il collasso delle forze socialiste o «democratiche» (compreso il Pd che, non si capisce perché, è felice di aver perso il 10 per cento dei voti in un anno) e il successo un po’ dappertutto della destra xenofoba (Italia, Regno Unito, Ungheria, Olanda, Finlandia ecc.). Si possono azzardare due ipotesi al riguardo: la prima è che la maggioranza dei votanti non si sono fidati del modo in cui i socialisti amministravano la crisi e la seconda è che tentazioni fascistoidi allignano un po’ dappertutto. Il resto è venuto da solo: il montare dell’onda conservatrice (Francia, Germania, Regno Unito, Spagna), con la parziale consolazione di forze alternative o con la faccia nuova (i verdi in Francia, l’Idv in Italia) che hanno pescato i voti nell’elettorato socialista e democratico.

Che gli elettori in Europa abbiano punito i socialisti, o non andando a votare o scegliendo altri partiti, è spiegabile con l’allineamento di Psoe, Spd, Labour, Pd ecc. su una politica economica inconcludente e priva di prospettive sociali. Nessuno ha mai capito in che cosa si differenziassero dai conservatori (la stessa Große Koalition in Germania, il paese più popoloso d’Europa, è l’espressione di questo marasma centrista). E così l’elettorato moderato, con un paradosso solo apparente, preferisce una sorta di keynesismo di destra a quello classico, che non c’è più. Naturalmente, conta anche il fastidio per leadership usurate, prive di ogni appeal e personalità.

Con l’ascesa della destra xenofoba, i moderati d’Europa, di destra o di sinistra, raccolgono i frutti di una politica inesistente in campo migratorio, di Europol, di Frontex, dei Cpt e di tutte quelle agenzie che hanno sottolineato, con la loro mera esistenza, il «pericolo» degli stranieri. Noi italiani stiamo peggio di chiunque altro, perché i razzisti non solo sono aumentati, ma fanno in realtà le politiche migratorie.

Con tutto questo, al di là del fatto che il parlamento europeo avrà difficoltà a esprimere una leadership, l’Europa sembra tornata agli anni Venti: autoritarismo, spinte nazionaliste e di estrema destra, politiche economiche fallimentari, disoccupazione. Un panorama in cui, soprattutto nei paesi più deboli, qualsiasi avventura è possibile. D’altra parte, noi italiani il nostro leader «carismatico» postmoderno, capace di manovrare con la stessa nonchalance i media e le pulsioni xenofobe, ce l’abbiamo già. Siamo all’avanguardia, anche se il Cavaliere è uscito un po’ spennacchiato dalle elezioni.

E le prospettive a sinistra, da noi? Anch’io credo, come Rossanda, che i leader della cosiddetta sinistra alternativa dovrebbero tornare celermente a casa. Complessivamente, in pochi anni, tra Bertinotti, Diliberto, Ferrero e Vendola, sono stati capaci di sperperare il 12% dei consensi, che probabilmente indica un bacino molto più ampio, se teniamo conto degli astenuti. Non si tratta solo di incapacità, in alcuni casi clamorosa, ma di una politica che è sempre stata autistica, faziosa e priva di contatti con la società, e di una leadership volta per volta burocratica e salottiera. Quanto al Pd, non ci sono speranze. Se la cura all’attuale crisi consiste nell’allargarsi a Vendola o nel promuovere Bersani, stiamo freschi.

Io non sono andato a votare e non sono affatto pentito della scelta. Anzi. Perché credo che qualcosa di sinistra, se mai rinascerà, sarà affare nostro e non di apparati che si attivano solo per le elezioni. Si tratta di cambiare il modo in cui si scelgono i rappresentanti, di ricominciare a fare politica sul serio, e non solo nei consigli comunali, di elaborare un’opposizione culturale al criptofascismo e alla xenofobia, di riconoscere gli interessi sui cui ricostruire qualche tipo di movimento e di organizzazione. In fondo, laddove qualcosa del genere è stato tentato, in Europa, qualche forza fresca si è affermata. Qualche speranza c’è.

[Fonte Manifesto]

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