15 novembre 2018

Primo, non sprecare

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Un piano energetico comunale per migliorare l’ecoefficienza della nostra città. Ci sta lavorando su incarico dell’amministrazione il professor Giuseppe Grazzini del Dipartimento di Energetica dell’Università di Firenze.
Professor Grazzini, questo piano sarebbe una novità importante per Firenze.
Di studi per la verità ne abbiamo fatti diversi anche in passato, ma finora sono sempre rimasti nel cassetto. Stavolta invece di dare indicazioni generali si è scelto di preparare dei documenti già pronti per un’approvazione della Giunta. Il lavoro è tuttora in corso perché raccogliere dati sulla situazione energetica del Comune è molto difficile.
Quali sono i punti salienti del suo studio?
I contenuti sono molti e vari, si va da indicazioni che riguardano il traffico a quelle concernenti gli impianti di riscaldamento. Inoltre in previsione delle modifiche del Piano strutturale vengono suggeriti interventi che possano favorire l’uso di fonti rinnovabili, o almeno che eliminino ciò che lo impedirebbe, come alcuni vincoli di carattere estetico-conservativo. In realtà Firenze già dal 2001 nel suo regolamento edilizio permette e incentiva l’uso di serre solari e simili, ma non molti lo sanno, e comunque pochi ne approfittano. Il problema è che c’è una percezione distorta dei consumi, diffusa a tutti i livelli e manipolata da media e politica, come nella recente ‘crisi del gas’. Il gas che importiamo dalla Russia è appena il 3% del totale consumato: una riduzione del flusso anche del 15%, uno dei valori più alti riportati dai media, significa comunque soltanto lo 0,45% del totale! Ciò non toglie che esista in Italia un grave problema energetico, visto che non abbiamo grandi risorse e sprechiamo tantissima energia.
Come, la sprechiamo?
In gran parte con il riscaldamento degli edifici. Consideriamo che in Italia il consumo di energia si ripartisce in tre parti più o meno uguali fra trasporti, industria e abitazioni. Per Firenze, che non ha sul territorio comunale grosse industrie, possiamo stimare al 50% il consumo di energia che se ne va per riscaldare case e uffici. E una buona fetta di questo calore va disperso nell’aria, con danno all’ambiente e alle nostre tasche, a causa di impianti vecchi e inefficienti e di edifici costruiti male, senza attenzione all’isolamento termico.
Cosa può fare il Comune per arginare questo spreco, il Piano energetico può essere uno strumento utile?
Bè, il Comune potrebbe imporre certi standard per i propri edifici, ma certo non può scavalcare le leggi nazionali in materia. La più recente (D.L. 192 del 2005) è abbastanza in linea con gli standard europei ma contiene anche prescrizioni ‘bizzarre’ che la rendono di difficile applicazione, per esempio limiti strettissimi imposti nelle zone calde: in Sicilia le abitazioni dovrebbero raggiungere livelli di isolamento termico oggi usati solo in edifici sperimentali. Inoltre ha il grosso limite di riferirsi solo alle nuove costruzioni, come del resto la nostra legge regionale n.39 del 2005: solo che il nuovo in Italia rappresenta una piccola percentuale, mentre due terzi degli edifici risalgono a prima del 1976.
Ma come si può intervenire sull’esistente, non è troppo oneroso?
Al contrario, basta fare due conti per capire che conviene. Quando compriamo un’auto ci interessiamo subito dei consumi, e siamo disposti a investire una cifra maggiore per risparmiare sul carburante. Con le caldaie dovrebbe essere lo stesso: il tipo a condensazione, ad esempio, che recupera il calore dei fumi, costa il doppio ma si ripaga da sé in 3 anni, anche meno calcolando gli incentivi che esistono per le sostituzioni. Un ragionamento analogo può essere fatto per interventi di isolamento su tetti e pareti, che servirebbero anche d’estate a tenere le case più fresche e limitare l’uso dei condizionatori… Le tecnologie non mancano certo, ciò che manca è la conoscenza e la volontà politica di affrontare il problema. Ci vorrebbe un piano serio di intervento, campagne di informazione e incentivazione…
Ma c’è chi sostiene che la riduzione dei consumi e l’uso delle fonti rinnovabili siano misure insufficienti, poco più che un palliativo, e che l’unica soluzione seria sia riconsiderare l’energia nucleare.
Continuando a buttar via l’energia in questo modo, nessuna risorsa potrà mai bastare, né le rinnovabili né l’uranio, che, non dimentichiamolo, inizia già a scarseggiare. Personalmente sono contrario al nucleare perché non si sa come va a finire. Non tanto per eventuali incidenti, quanto per il ciclo del combustibile, che è molto pericoloso, e per il problema delle scorie, che è ancora tutto da risolvere. Le mettiamo sotto terra? Non è chiaro dove, e poi comunque le scorie restano radioattive per diecimila anni… Ma ipotizziamo pure di voler costruire delle centrali nucleari: anche iniziando domani, prima di 10 anni non sarebbero pronte. Dovremmo inoltre costruirne tante, poiché forniscono solo energia elettrica, che oggi rappresenta solo il 20% dei consumi, costruendo anche tutto il sistema di distribuzione dell’energia, perché l’attuale non sarebbe sufficiente. Invece, un piano di intervento serio sugli impianti di riscaldamento permetterebbe in 2-3 anni di ridurre del 10% il consumo di energia, ed avrebbe oltre tutto una notevole ricaduta sull’occupazione. Senza parlare dell’effetto positivo sulla qualità dell’aria: non dimentichiamo che il 70-80% dell’inquinamento è dovuto a un uso scorretto dell’energia.
Ad un anno dalla ratifica del Protocollo di Kyoto, che voto si può dare al nostro paese?
Insufficiente. L’Italia è indietro di anni sotto ogni aspetto. Abbiamo appena adottato, con enorme ritardo, la direttiva europea che impone limiti alle emissioni dagli edifici, limiti che per esempio in Francia sono imposti da più di 30 anni. Se continuiamo così, andiamo senz’altro incontro alle sanzioni imposte dal Protocollo, e causiamo la nostra parte di danno al pianeta. Purtroppo la nostra classe politica non sembra aver in gran conto l’ambiente, né saper vedere più in là del proprio naso. Infatti l’energia è e sarà il nodo fondamentale dello sviluppo perché permette di fornire acqua, ospedali, cibo ad una popolazione molto, forse troppo, numerosa.

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